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“Ho provato tanta rabbia. Oggi con la fede ho un rapporto sereno”

Ho ricordi piacevoli, seppure sfumati nel tempo, di una delle mie visite a Foligno. Era il 2004 quando avemmo l’idea, un po’ folle per quel tempo, di organizzare un evento pre-paralimpico, ossia alla vigilia dei Giochi di Atene 2004, i primi estivi alla guida di quello che, nel frattempo, era divenuto Comitato Italiano Paralimpico. Volevamo testare la nostra squadra a pochi mesi di distanza dalla trasferta in Grecia e decidemmo di sposare un territorio che, da sempre, grazie anche al nostro presidente regionale, Francesco Emanuele, aveva realizzato una serie di iniziative tese a sviluppare una conoscenza sempre maggiore della pratica sportiva per le persone disabili, attraverso progetti dove lo sport era visto come strumento di conoscenza, di crescita e, perché no, di approfondimento spirituale. È stato un cammino lungo quello intrapreso da allora, passato per tappe istituzionali di valore incredibile per il nostro movimento, tanto da essere ora di interesse pubblico per scelta dello Stato, passando, però, per iniziative dove sport e fede avevano un legame fortissimo, come quando, nel 2014, con la manifestazione “Believe to be alive”, il mondo sportivo paralimpico ebbe un incontro con il Santo Padre, Papa Francesco, che ha lasciato in me ricordi indelebili ed emozioni che faccio fatica a descrivere, per poi passare, nel corso della Paralimpiade di Rio de Janeiro 2016, alla realizzazione di Casa Italia Paralimpica all’interno di una parrocchia della città brasiliana, una delle più vicine alle favelas e alle inimmaginabili esigenze di un territorio caratterizzato da disparità sociali evidentissime. A tredici anni di distanza, seppure Foligno e la stessa Umbria siano state spesso tappe sportive e vissute in prima persona, torno in una città, peraltro splendida, per un tema, quello del rapporto tra sport e fede, che fa spesso parte delle nostre più intime riflessioni. A chi mi chiede quale sia il mio personale pensiero in proposito, rispondo sempre che il mio rapporto con Dio e la fede è diretto, meno conflittuale. Non sono stato capace all’inizio di non arrabbiarmi con Lui, di non chiedergli conto del perché proprio a me. Poi ho fatto pace, soprattutto con me stesso. E oggi ho, con la fede, un rapporto sereno: ho avuto le mie disgrazie, ma chi non le ha? Quando ho perso mio padre, ho provato rabbia, tanta rabbia, ma ho avuto anche molto dalla vita. È giusto riconoscerlo anche per rispetto di chi non ha avuto altrettanto. Io avevo 17 anni, ho avuto il tempo di ripensare la mia vita quasi da zero perché era ancora tutta davanti: ho preso la maturità, la laurea, vinto medaglie alle paralimpiadi, costruito una bella famiglia, dato solide basi al mio movimento. Sarebbe ingrato non ammettere che ad altri va peggio.

LUCA PANCALLI

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