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Quando si dice “povertà”

Ho incontrato per strada un “barbone”, sporco e macilento, che mi ha steso la mano per chiedermi la carità. L’ho guardato con compassione, ma anche con diffidenza, tanto che sono passata oltre senza gratificarlo, per poi sentirmi in colpa e chiedere a me stessa che cos’è la “povertà”. Domanda scomoda e difficile, a cui da sempre sono state date le risposte più disparate, che occupano ampi spazi nelle biblioteche. Per fare un esempio, nell’Inferno virgiliano la povertà “d’orrendo e spaventoso aspetto” viene inserita tra i mostri che popolano l’ingresso dell’Ade (v. Eneide VI,21), mentre nel vangelo di Matteo (5,21) si parla di povertà di spirito, che è distacco dai beni terreni e che scava nel cuore, nella consapevolezza che l’unica ricchezza possibile è il regno di Dio.  Nell’uso corrente, per povertà s’intende scarsezza delle cose necessarie al vivere. Una realtà che esiste da sempre e che ancora è ben presente nella nostra società, nonostante il progresso della scienza e della tecnica, nonostante lo sviluppo culturale e dell’economia. Esistono vecchie e nuove povertà, che spesso si incrociano tra loro: anziani soli, pensionati al minimo, disoccupati, persone senza fissa dimora, migranti che fuggono dalla fame, dalle malattie, dalla guerra…, ma anche povertà di valori morali che portano alla disgregazione delle famiglie, al diffondersi della droga, alla prostituzione, alla perdita del senso della vita, a un’economia basata sullo spreco, a un individualismo che è causa di fragilità. Un quadro complicato e, sotto certi aspetti, anche contraddittorio, che induce a chiederci se le trasformazioni sociali dovute al progresso siano state davvero benefiche per l’umanità. C’è solo da sperare che il tecnicismo moderno non ispiri una mentalità tesa solo al consumo, che ci rende schiavi della pubblicità e ci fa vivere distratti in una società inquinata da tutto quello che è superfluo, condizionata dall’abitudine dell’”usa e getta”, dall’ansia del possesso e a volte dallo stesso benessere, che spinge a non accontentarci, a volere sempre di più. Di fronte a una realtà così poco confortante, di fronte a povertà nuove, complesse e spesso anche poco visibili, che richiedono forme innovative di aiuto, dobbiamo tutti sentire il dovere di impegnarci singolarmente, a fianco delle istituzioni, per dare spazio a una cultura alternativa, che porta alla solidarietà.
Ed è per questo che non può bastare il gesto facile dell’elemosina, che ci permette di sbarazzarci senza fatica della presenza molesta di un richiedente, perché Dio, che è padre, ci chiede di “vegliare” sulla realtà che ci circonda, nella consapevolezza che il benessere non è un male, ma una responsabilità. Ci chiede di “stare in guardia” per contribuire, ognuno per quello che può, a stabilire con un amore generoso e con spirito di servizio una convivenza intessuta di fraternità, che è alla base della nostra fede. Potremo così sentirci davvero di essere “chiesa”, espressione di vera carità, e non di un cristianesimo limitato a un devozionismo di comodo, che invita a stare tranquilli, nel possesso della Verità.

GABRIELLA PAGLIACCI

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