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Cultura del benessere e fenomeno migratorio: “Quella volta che caddi in mare durante la tempesta”. Accogliamo la riflessione del dottor Giuseppe Lio, che per la prima volta racconta un episodio personale molto toccante

“Le diseguaglianze, insieme alle guerre di predominio ed ai cambiamenti climatici, sono le cause della più grande migrazione forzata della storia, che colpisce oltre 65 milioni di esseri umani”: le parole di papa Francesco denunciano le cause di un fenomeno che ci interpella come cittadini e come credenti: le continue migrazioni di persone in fuga da fame, violenze, paura. Fenomeno che talvolta, in relazione all’impatto con lo straniero che bussa alle nostre porte, è affrontato più con idee preconcette che con ragionamenti su dati di fatto: la diffidenza verso il diverso – trasversale a tutti i ceti sociali – ci porta a considerare quest’ultimo come nemico pronto a insidiare le nostre certezze acquisite. Nelle ultime settimane, in Italia – 60.484.000 residenti, di cui poco più di 5 milioni stranieri, rappresentanti l’8,5% della popolazione totale – una percezione distorta del migrante straniero si è imposta all’attenzione mediatica internazionale a seguito di alcune decisioni restrittive all’accoglienza, assunte dal nostro governo attuale. La storica disponibilità dimostrata dall’Italia (14.441 persone sbarcate nelle nostre coste dall’inizio del 2018 sino al 13 giugno; 119.369 nel 2017; 181.436 nel 2016) non viene scalfita da critiche immeritate strumentalmente rivolteci e si contrappone alla chiusura all’accoglienza nei rispettivi territori nazionali perpetrata dai governi di Paesi appartenenti all’UE che, rialzatisi dalle macerie materiali e morali di regimi dittatoriali al potere per generazioni, dovrebbero esser predisposti alla condivisione della miseria e del disagio altrui. La miseria, la povertà immanente nei Paesi del 3° Mondo alimenta la categoria dei migranti economici, la più numerosa, cui dedichiamo qualche riflessione. Si stima che circa 850 milioni di esseri umani siano cronicamente denutriti; una persona su 6 non abbia accesso ad acqua potabile sicura; ogni 3,6 secondi una persona, in genere un minore, muoia per fame; 1,3 miliardi di abitanti senza accesso all’elettricità (620 milioni nella sola Africa). Una notizia colpisce per il pericolo insito nell’innocuità apparente di gesti quotidiani: circa 2,8 miliardi di persone nei Paesi in via di sviluppo utilizzano ancora, ogni giorno, combustibile solido (legna, carbone, letame essiccato) nelle attività domestiche di cottura del cibo e riscaldamento: ciò produce emissione di gas nocivi e particolato, che inducono alti livelli di inquinamento dell’aria in ambiente domestico: fattore di rischio responsabile della morte prematura di almeno 4,3 milioni di individui ogni anno e di oltre 110 milioni di malati cronici. Per arginare il pericolo, basterebbe sostituire i combustibili solidi inquinanti con l’energia pulita derivante dalle batterie solari; ma la strada è irta di ostacoli: inerzia della consuetudine, povertà, indifferenza delle autorità governative. Per fuggire da realtà simili a quelle descritte, molti – il popolo nuovo del nostro tempo – si decidono ad affrontare il salto nel buio dell’emigrazione: al ricordo di quanto lasciato, nelle dinamiche del volontario abbandono e del doloroso distacco, si unisce l’attesa di una vita migliore, in Italia o nella UE. L’odissea dei viaggi della speranza è popolata da storie di vite spezzate, inganni, detenzioni, violenze subite. Ci impongono una riflessione le conseguenze tragiche – naufragi, annegamenti – che funestano la traversata del Canale di Sicilia, tragitto in mare che accomuna di volta in volta centinaia di migranti africani, asiatici, stipati dentro carrette fatiscenti: persone senza dimestichezza col mare, destinate quasi sempre a morire annegate, se sbalzate in acqua per naufragio o affondamento di gommoni stracarichi. Si presume siano almeno 34mila i migranti vittime in quel tratto di mare negli ultimi 15 anni (gli scomparsi mai recuperati e quelli i cui corpi senza identità riposano in tombe anonime nei cimiteri siciliani): esseri umani di cui si è spento il ricordo, presente soltanto, e non sempre, nell’attesa senza fine da parte di parenti lontani ignari della loro sorte. Papa Francesco ha iniziato a Lampedusa – approdo e transito di tanta umanità – la parte itinerante del suo pontificato on the road, proponendo alla coscienza del mondo la memoria dei migranti morti. “La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri; porta alla globalizzazione dell’indifferenza che ci ha tolto la capacità di piangere”: parole accorate con cui il papa condannò l’egoismo indifferente che porta all’abbandono nel disagio sociale e nella povertà di tanti nostri simili più fragili: humus del fenomeno migratorio. Da adulto, ho vissuto un’esperienza, simile per dinamica a quella patita da tanti sfortunati migranti: caduto in mare durante una tempesta di vento, in balia di alte onde impetuose, appesantito dall’abbigliamento che ostacolava i movimenti, nuotando contro la corrente che tendeva a spingermi al largo ed a sbalzarmi sugli scogli, ce l’ho fatta a salvarmi: grazie a Dio, sfruttando la dimestichezza col mare. Se, vincendo il riserbo, ricordo l’episodio, è soltanto per l’empatia che provo ogni volta nei riguardi di chi, travolto da eventi avversi, si trova a vivere la mia stessa esperienza: un tempo più o meno lungo fatto di momenti sospesi tra il panico e la speranza, la preghiera ed il buio del terrore; momenti che rappresentano la frontiera tra la sopravvivenza e la fine. Ecco: il mare, la meta agognata dove durante l’estate si recheranno milioni di nostri connazionali: occasione di svago per i più, ma anche tomba misteriosa e irraggiungibile di tanti nostri simili.

GIUSEPPE LIO

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