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Quintana, una macchina professionale da sempre poggiata sul volontariato

L’orgoglio e la fatica di essere la Quintana. Sbaglierebbe chi pensasse di ridurre la Giostra ai suoi riti fissi e ai suoi miti ormai consolidati. Scorderebbe le persone che reggono la sempre più complessa macchina della Quintana. Una realtà in magmatico movimento sotto la crosta della consuetudine quintanara. Tanto da poter essere indagata con i metodi propri della sociologia. E finire in una tesi di laurea discussa presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Perugia, con relatrice la professoressa Cecilia Cristofori. A sua volta autrice di altre ricerche sulla Quintana. A parlare in occasione del Settantennale della Quintana sono stati i dieci priori. Una fotografia ancora valida a distanza di alcuni mesi. Una Quintana ormai matura per costruire al suo interno la propria classe dirigente. A guidare i rioni sono persone che nella Quintana sono entrate da giovani, se non addirittura da bambini, e sono cresciute di età e di ruolo. Un rinnovamento che non scorda il passato. Tra i meriti della Quintana c’è la capacità di consolidare i rapporti intergenerazionali. Sempre più negli ultimi anni i ruoli di responsabilità sono andati a persone giovani. Non si rinuncia però alla collaborazione e ai consigli di chi nella Quintana ha trascorso una vita. Bella, spettacolare, motivo di orgoglio. Ma anche sempre più complicata da gestire. La Quintana degli albori fatta di passione e gestita in maniera amatoriale è ormai finita. La manifestazione che ha da poco festeggiato i suoi settant’anni è una macchina professionale, sempre poggiata sui volontari. Poche, limitate a cucina e scuderia, le figure professionali. Un cortocircuito che secondo i priori ha portato a una sorta di stress da Quintana. Che si affianca e corrode la gioia di vivere le sere di Giostra. L’impegno continuo durante l’anno e in particolare nel periodo da maggio a settembre rischia di logorare. A cominciare dai rapporti con la famiglia, costretta a subire lunghe assenze. C’è chi addirittura parla di “vedovanza quintanara” riferita alla moglie. A essere sotto stress però non sono solo i rapporti familiari. Troppo lavoro rischia di marginalizzare la componente ludica della vita rionale. Tra famiglie e Quintana restano delle resistenze. I rioni sono ambienti ritenuti sicuri e dei quali ci si fida. Alla fine infatti le famiglie sono disponibili ad affidare i figli, anche relativamente piccoli, alle contrade. È la vera occasione per creare la base dalla quale verranno fuori i quintanari di domani. Più problematico è emerso il rapporto con la città. In discussione è l’idea che “Foligno è la Quintana, la Quintana è Foligno”. La quasi totalità dei priori non è d’accordo. Anche chi ha una visione più ottimistica, ammette che su questo fronte ci sia da lavorare. Un limite dal quale discende la delusione per essere trattati come uno dei tanti eventi cittadini e non come “l’Evento” di Foligno. A mettere in discussione l’uguaglianza tra Quintana e Foligno è anche la difficoltà a mantenere viva e vitale tutto l’anno la presenza rionale. Dalle stime dei priori si deduce come a essere attivi per 365 giorni nei dieci rioni siano circa 628 persone. Un numero che non va oltre l’1% della popolazione folignate. Nei mesi di piena partecipazione, tra maggio a giugno, si arriva a circa 2800 attivi, più o meno il 5% dei folignati. Sarebbe ovviamente ingiusto limitare a questi l’interesse suscitato in città dalla Quintana. Ma è una questione di continuità. Dalla ricerca è emerso come ad allontanarsi dalla Quintana sia la generazione tra i 14 e i 30 anni. Quella che ha ormai superato l’entusiasmo dei ragazzini che sfruttano l’impegno nelle taverne per il primo distacco dal chiuso della famiglia, ma che poi non si radica garantendo un futuro e un ricambio all’attuale classe dirigente. C’è dunque il rischio di un mondo, quello della Quintana, all’interno di un altro mondo, quello della città. Lo fa ipotizzare inoltre l’andamento a macchia di leopardo dell’integrazione con gli stranieri. Funziona in alcuni casi, come allo Spada, all’Ammanniti o al Contrastanga, meno in altri come al Giotti o alla Mora. Ovvero proprio alcuni di quei rioni che insistono in zone della città dove la presenza di immigrati è più corposa. Nessuna chiusura da parte delle contrade, tutte pronte e disponibili ad accogliere tutti. Ciò che si riscontra, ancora una volta, è una mancanza di comunicazione: l’apparente incapacità di trasmettere e portare fuori il mondo Quintana. Temi sui quali si sta già lavorando. Ma che possono rappresentare uno spunto per pensare la Giostra che verrà.

SIMONE LINI

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