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Acque da mescolare e luce nuova

Spero che la metafora non sia troppo astratta. A febbraio di quest’anno mi trovavo con mia moglie a Phnom Penh. La capitale della Cambogia è collocata alla confluenza dei fiumi Tonle Sap e Mekong, che da lì iniziano un percorso comune destinato a sciogliersi molto più a sud nel Delta del Mekong in Vietnam. Le terre intorno sono oggi pacificate. Ma fino ad una quarantina d’anni fa le popolazioni hanno vissuto l’inferno. Cambogia e Vietnam hanno subito dapprima la dominazione francese; poi sono intervenuti i bombardamenti degli americani che volevano evitare che i due paesi finissero nell’orbita del comunismo cinese. Infine, mentre i Viet Cong sconfiggevano definitivamente gli americani nel 1976, tra il 1975 e il 1979 i terribili Khmer rossi fecero stragi di civili in Cambogia. Le terre sono state sempre il simbolo delle istituzioni, della sovranità. Le acque, lo spazio della libertà; il mare l’assenza di confini. Attraversando in battello la massa d’acqua ad est di Phnom Penh, io e mia moglie abbiamo fatto una scoperta curiosa: in mezzo al bacino, le acque del Tonle Sap e del Mekong non si mescolavano, ma, per lungo tratto, procedevano unite e distinte: l’una più chiara, l’altra più scura. Venerdì 21 settembre ho provato sensazioni analoghe (ovviamente con un impatto diverso) arrivando a Piazza San Domenico. Da nord-est penetrava il flusso della movida di Via Gramsci (il Tonle Sap); in piazza e in serata nell’Auditorium (il Mekong con il suo Delta) c’erano i cerchi dei giovani invitati a pronunciarsi sulla felicità, sul futuro, sulla Chiesa. Le opinioni dei giovani e il commento di Pierpaolo Triani evocavano l’idea della libertà dell’acqua. La Felicità? È lo stare insieme, l’amore, l’amicizia. Il Futuro? La realizzazione personale, la speranza, la pace nel vivere. La Chiesa? Quello che forse oggi non è, ma che dovrebbe essere: viva, capace di sorprendere, con un pizzico di follia. Le istituzioni pubbliche ed ecclesiali indicate come terre immobili. Neppure i nuovi venuti (i barbari alla Salvini o i dilettanti alla Di Maio), al di là di un linguaggio aggressivo e superficiale che pur attecchisce facilmente, offrono risposte per uscire dal vuoto di apatia e di indifferenza. Casomai piace Papa Francesco: così schietto, così profondo, così coraggioso nel denunciare il male ovunque si trovi. Il Vescovo Gualtiero ha voluto far proiettare ed ha commentato il bellissimo quadro del Caravaggio sulla vocazione di Matteo (versetti 9,9-13 sempre in Matteo) che si trova nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi. Giovani e Vescovo hanno lanciato un messaggio alla Chiesa: i primi, per chiedere che le acque diverse si mescolino; il secondo, per ricordare che la luce che illumina gli esseri umani non viene dalle finestre terrene.

ROBERTO SEGATORI

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