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“Lo magnamo o lo incartamo?”

Nella città sfigurata, imbruttita dal cemento e dall’asfalto ci sono luoghi alieni che non vorremmo vedere. Territori in apparenza inciviliti ma che hanno perso il loro genius loci, che vivono un’esistenza separata, una presenza dimenticata, ingabbiata in un’area inaccessibile, osceno sedime di quello che una volta era il vanto di un’operosa comunità. Sono luoghi, questi, dove la natura è stata sopraffatta per uno strano paradosso applicato all’errata concezione della crescita di una comunità. Poi all’improvviso, per una canzonatura del destino – chiamiamola così – in questi luoghi il tempo si ferma e le cose rimangono lì congelate per anni e anni. Ingenuo chi ha creduto che vivere in decine di migliaia all’interno di poco spazio offrisse maggiori opportunità di sbarcare il lunario, più occasioni umane o professionali, più pretesti per svagare l’anima. Ingenuo chi ha sperato di vivere circondato dal bello. Davanti ad uno di questi luoghi ci passiamo tutti i giorni, senza accorgerci che è diventato uno spazio di alienazione collettiva intorno al quale far ruotare un traffico indifferente. Venendo da via IV Novembre, superato il Ponte della Vittoria, lo sguardo cade su un guardrail dove i tifosi del Foligno installano scritte inneggianti la squadra. Il panorama è sovrastato da una inservibile mezza ciminiera, assediato simbolo della solitudine e del disagio. Che ne dite se in attesa della sistemazione della controversa area qualche Pasquino ci scrivesse: “Lo magnamo o lo incartamo?”.

GIOVANNI PICUTI

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