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Banche (s)vendute, territori abbandonati. “Le Istituzioni nemmeno ci ricevono”

Intervista esclusiva al dottor Enrico Simonetti, membro della direzione nazionale della FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani): “Cassa di Risparmio di Foligno? Se si fossero seguiti i valori della Dottrina Sociale della Chiesa non avremmo la situazione di oggi”.


Di che cosa si occupa la FABI?

È la più grande confederazione sindacale del credito che rappresenta circa 110.000 iscritti su 290.000 bancari (di cui 284.000 nel settore Abi e 6.000 nelle banche di credito operativo) presenti in Italia. Abbiamo quindi un osservatorio privilegiato sul settore bancario italiano e regionale. In particolare mi occupo di contrattazione e contrattualistica a livello regionale e nazionale, dei dipendenti delle banche ma anche dei clienti e dei territori dove le banche operano. In tempi carichi di sfide siamo di fronte a tanti modelli di banca: banche con dimensioni internazionali, meta nazionali e interregionali.

Qual è la situazione delle banche in Umbria rispetto alla compagine nazionale e internazionale?

La banca ha una funzione di attrice ineliminabile della struttura sociale e produttiva del Paese. In Umbria siamo un micro-cosmo che rispecchia abbastanza fedelmente il panorama nazionale con alcuni punti di gravità da sottolineare. Fino a 10 anni fa avevamo un tessuto bancario che si poteva definire regionale e le direzioni dei principali gruppi bancari erano situate nella regione. Solo a Foligno avevamo la Cassa di Risparmio, la Banca Popolare di Spoleto o la Cassa Rurale e Artigiana di Spello e Bettona e detenevano il 75% del mercato cittadino mentre il 20/25% era in mano ai grandi gruppi nazionali specializzati in specifiche operazioni come quelle con l’estero. Gli attori principali del sistema bancario erano locali così come le teste pensanti e questo era peculiare per percepire i bisogni del territorio con una ricaduta positiva nell’occupazione e nelle commesse. In questo decennio le Casse di Risparmio sono state assorbite da Intesa San Paolo, la Banca Popolare di Spoleto dipende da Desio in Brianza. La sensibilità è completamente diversa e non c’è più la capacità di capire la storia del piccolo imprenditore locale magari cliente della banca da tre generazioni.

Quindi siamo in mano ai colossi del sistema bancario, con quali conseguenze?

Il merito creditizio del piccolo artigiano finisce per essere svilito e/o valutato con criteri che sono adeguati alle grandi realtà industriali del nord Italia. C’è stato un mutamento avvenuto nell’assoluta indifferenza delle forze Istituzionali e politiche della nostra città e della nostra regione. Ogni città umbra aveva la sua banca di riferimento, oggi non ce ne è più una. Non c’è stata neanche la volontà di unirsi per avere una maggior forza contrattuale e il risultato finale è stato che i grandi gruppi le hanno comprate tutte.

Mi conferma che sotto al Po non c’è attualmente nessuna sede delle proprietà dei gruppi bancari? E quali sono le ricadute sulla nostra economia?

Sicuramente ci troviamo di fronte ad un quadro sbilanciato. Come sindacato abbiamo studiato i riflessi del fatto di avere la sede a Milano e il braccio operativo a Foligno e abbiamo visto che più si è vicini alla sede della direzione e più è facile ottenere credito, più si è lontani e più è difficile e lo si ottiene a condizioni peggiori. Posso testimoniare quanto il dott. Radi ha difeso il localismo nella sua accezione più produttiva e virtuosa.

Come sindacato che posizione avete preso?

Non siamo potuti intervenire sulla compagine sociale delle singole banche su cui non abbiamo voce in capitolo, abbiamo però provato a sollecitare i consigli comunali, la giunta regionale per essere ricevuti ma nessuno ci ha risposto. La vendita della Cassa di Risparmio di Foligno è stato il risultato di comportamenti non virtuosi. Se si fossero seguiti i valori della Dottrina Sociale della Chiesa non avremmo la situazione di oggi e non si sarebbe venduto un patrimonio pluriennale della città a cifre importanti, ma che non rappresentavano il valore che avevano per Foligno specialmente in prospettiva. Non è stata una scelta lungimirante, abbiamo rinunciato a redditi e a ricchezza che sarebbe stata reinvestita nel territorio.

Può farmi un quadro della situazione attuale in Italia e in Umbria?

Oggi abbiamo 27.000 sportelli bancari, nel 2008 erano 35.000. In parte è il naturale risultato della tecnologia con delle defezioni importanti. Infatti oggi in qualsiasi sportello troviamo solo un cassiere, quando va bene, e sono le banche che ci stanno facendo cambiare il modo di usufruire dei servizi. Il servizio tecnologico non è gratis, fare le operazioni da soli comporta assumersi i rischi che prima si assumeva l’operatore e comunque sostenendo un costo. Nel 2010 in Umbria avevamo 4.026 bancari, nel 2016 erano 3.626; oggi sono diminuiti di altri 70 dipendenti. Noi abbiamo la terza peggiore percentuale di diminuzione in Italia (circa 10%). In Umbria gli sportelli bancari sono diminuiti del 20% da 581 nel 2010 a 458 nel 2017 e il 12% dei comuni ne è privo. La nostra posizione geografica tra la Toscana e il Lazio non è interessante, non siamo riusciti a creare un polo bancario e la conseguenza delle statistiche menzionate ora è che l’accesso al credito è sempre più difficile. Ciò comporta che l’usura è il grave problema sociale nel territorio umbro, che vede il 13% della popolazione ricorrere a soluzioni “non convenzionali”. Di fronte a tutto ciò la politica locale rimane ancora indifferente. Come quando scrivemmo lettere a tutti i consiglieri comunali di maggioranza e di opposizione di vent’anni fa della nostra città per provare a non vendere la Cassa di Risparmio aspettando un intervento delle Istituzioni. Non ricevemmo alcuna risposta. Mi auguro che per il bene della nostra economia le fondazioni bancarie presenti in Umbria riusciranno a fare quello che non hanno fatto le Casse di Risparmio.

PAOLA POMPEI

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