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Decreto Sicurezza: “Caritas Foligno non arretra di un passo”

Quali saranno gli effetti del Decreto Sicurezza a Foligno? “I migranti in difficoltà si moltiplicheranno e busseranno alle porte delle chiese”: lo spiega il direttore della Caritas diocesana di Foligno Mauro Masciotti, che aggiunge: “Da parte nostra ci spaventano la perdita dei diritti e l’odio verso gli ultimi, non certo la ripercussione economica del decreto; come abbiamo sempre fatto continueremo ad operare nella carità, raddoppiando il nostro slancio sin da subito in favore degli ultimi”. Parole che chiariscono senza indugio le polemiche pelose di chi parla di lucro sull’accoglienza dei migranti: Masciotti infatti non teme di snocciolare i numeri locali della Caritas, che nell’anno appena trascorso ha accolto 50 persone con progetti governativi: 37 con il CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) e 13 con lo SPRAR; a questi si sommano altri 15 migranti giunti a Foligno da canali umanitari e totalmente sostenuti da Caritas. Fra i 50 migranti suddetti almeno 10 dopo il decreto sarebbero già in strada, gli altri ci finirebbero nei prossimi mesi. “Noi li seguiremo comunque – aggiunge Masciotti – per non lasciarli in mezzo alla strada con l’unica prospettiva di delinquere per sopravvivere”.

Sul tema ‘accoglienza’ il direttore della Caritas folignate non usa mezzi termini: “Se qualcuno ha pensato di lucrare sui migranti, con queste restrizioni si vedrà davvero chi lo fa per amore; alcuni Enti hanno finto di operare nell’accoglienza e oggi si stanno tirando indietro; noi invece non arretreremo di un passo perché non ci muove l’interesse economico ma solo quello evangelico, sempre nel rispetto della giustizia e del territorio nel quale viviamo”. Rispetto del territorio, secondo Masciotti, significa pianificare con intelligenza i numeri dell’accoglienza, così da renderla sostenibile per la città. A Foligno i migranti sono stati accolti in case famiglia da 5 posti ognuna, per un inserimento armonico e sostenibile. Dunque sarebbe opportuno far capire a tutti – aggiunge – che il vero problema non sono i migranti; è piuttosto la povertà degli italiani, che riempiono la nostra mensa usufruendo per una percentuale indicativa dell’85% dei nostri servizi”. A chi punta il dito contro lo straniero il direttore della Caritas spiega piuttosto che dai migranti sono arrivate tante opportunità di formazione e reinserimento nel mondo del lavoro per italiani indigenti: questo grazie al ‘Progetto telaio’ destinato alla formazione di operatori sociali, che in un anno ha ridato dignità a 40 italiani attraverso il lavoro di accoglienza per i migranti. Caritas Foligno raddoppierà il suo impegno, dunque. Ma non riuscirà nel suo intento se la città non sarà capace di fare la sua parte. “Da qui in avanti c’è la necessità che la nostra comunità si rimbocchi le maniche e si faccia capace di accoglienza nel rispetto della giustizia. Dovremmo essere propensi verso gli ultimi e invece alziamo sempre di più l’asticella dell’odio verso di loro. Che Gesù festeggiamo questo Natale?” chiede Masciotti, che oltre ogni ipocrisia, anche interna al mondo cattolico, aggiunge: “Si parla tanto di immigrati e qui, in Caritas, lavoriamo con loro e per loro tutti i giorni: attendiamo che qualche uomo di buona volontà si faccia avanti perché è inutile parlare di migranti se non esiste l’incontro con la persona. Non si può parlare di accoglienza dello straniero se non lo si incontra guardandolo negli occhi”. Un invito non solo ai cattolici ma a tutti gli uomini, chiamati a riconoscere la dignità della vita umana.

Un insegnamento anche per quella frangia di populisti in seno al mondo cattolico che costituiscono una contraddizione in termini per chi crede in Gesù Cristo: fu anche lui “percepito e narrato come uno straniero” come ricorda Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose nel suo intervento al Senato pubblicato nel 2017 “Ero straniero e mi avete ospitato” (edizione Best BUR p. 40). Bianchi scrive di Gesù come “anche solo a livello sociale la sua provenienza dalla Galilea lo rendeva certamente marginale agli occhi della società gerosolimitana”. Un Cristo in terra straniero ed estraneo, sia per la sua provenienza che per il suo linguaggio e il suo messaggio. “L’incomprensione di questa alterità – spiega Bianchi – conoscerà il suo culmine quando il Figlio sarà “ucciso dai vignaioli”, proprio quelli a cui era stato inviato… (cfr Mc 12,8)”. Oggi è ancora così: ogni volta che facciamo prevalere la paura sulla conoscenza e quindi sull’accoglienza non riconosciamo lo straniero, disconosciamo il nostro Cristo e ci priviamo della gioia dell’incontro con l’altro (e dell’incontro con noi stessi) lasciando ampi margini di manovra alle nostre paure e a chi, su queste, specula. Da qui la necessità di orientarci – come suggerisce Bianchi – verso un’”assunzione consapevole della stranierità e una prassi credibile e feconda dell’ospitalità”. Alziamo gli occhi verso chi ci tende la mano, superiamo le nostre paure guardandolo e parlando con lui. “Non trascurate l’ospitalità, alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”. (Eb 13, 2)

FEDERICA MENGHINELLA

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