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Organi Pinchi, una storia di famiglia

Laudate Dominum in chordis et organo: proviene dal Salmo 150 l’invito che nelle chiese ricorda ai fedeli che non esiste miglior lode a Dio di quella innalzata attraverso la musica, anzi: attraverso l’organo a canne. Foligno ha la fortuna di avere uno dei maggiori ambasciatori in ambito italiano ed internazionale di questo strumento. Claudio Pinchi, classe 1974, rappresenta infatti l’ultima generazione di una famiglia di organari capaci di creare in tutto il mondo strumenti preziosi e pregiatissimi, dalla complessa meccanica capace di riprodurre l’armonia della musica divina. “L’organo ha un profondissimo potere evocativo – spiega Claudio nell’intervista che gentilmente concede alla Gazzetta di Foligno – perché è lo strumento dal suono più simile alla voce umana: le canne d’organo come il nostro corpo vengono attraversate dall’aria e vibrano con essa; sentirle suonare in un luogo sacro è un esperienza di profonda spiritualità”.

CLAUDIO PINCHI, ORGANARO PER VOCAZIONE

Claudio Pinchi è organaro non solo per tradizione familiare ma soprattutto per vocazione. “A sei anni – ricorda – non disegnavo aeroplani o case come gli altri bambini, ma organi. Difficile non rimanere affascinato da quel mondo straordinario che era il laboratorio di mio padre, sotto casa nostra: ogni volta che potevo ero accanto a lui. Ho capito che questo sarebbe stato il mio mestiere a quattordici anni: sentivo di annoiarmi sui banchi di scuola mentre invece l’arte organaria mi attirava enormemente. A 15 anni cominciai a trascorrere le estati al lavoro con papà, cui seguirono interi pomeriggi dopo la scuola, lavorando su piccoli pezzi. La svolta definitiva avvenne nel 1988, quando scelsi di voler fare questo lavoro a tempo pieno”. Ma dove comincia la tradizione organaria Pinchi? Inevitabilmente, seguendo il corso della storia, a Foligno: città vocata nella produzione di questi strumenti sin dai tempi più antichi.

LA TRADIZIONE DI FOLIGNO

Tra i mille vanti di Foligno c’è infatti quello di essere una città di antichissima tradizione organaria. Si ha notizia fin dal tardo Medioevo degli eccellenti mastri organari di Foligno e dei loro strumenti, rinomati nelle corti dell’Italia centrale.

Un’eccellenza della quale l’affresco di Gentile Da Fabriano che ritrae “La Musica” nella Sala delle Arti di Palazzo Trinci (siamo agli inizi del 1400) conserva la memoria storica. In esso la personificazione dell’arte della Musica suona un organetto portatile (che Claudio mi dice essere un Positivo da tavolo) con delle campanelle. Strumento che la famiglia Pinchi costruisce ancora con le medesime tecniche di allora.

Nei secoli successivi è attiva a Foligno la famiglia Cataleni, operante fra Umbria e Marche dalla prima metà del ‘600 fino a un secolo dopo. Segue l’opera di Aloysius Galligani (1741-1839 ca.) con notevoli innovazioni tecniche e foniche ispirate a varie scuole europee. Dal tardo ‘600 agli inizi del ‘900 Foligno si espresse nell’arte organaria con i Fedeli, originari delle Marche e trasferitisi a Foligno. L’ultimo esponente Zeno Fedeli (1848-1929) fu maestro di Libero Rino Pinchi (1905-2000), fondatore della Fabbrica Artigiana di Organi Pinchi.

ORGANI PINCHI, TRE GENERAZIONI A CONFRONTO

Libero Rino Pinchi dunque apprese il mestiere di organaro presso la prestigiosa bottega dei Fedeli in Foligno. Dopo la morte di Zeno, avvenuta nel 1929, l’attività dei Fedeli cessò e Libero Rino fondò nel 1930 la Fabbrica Artigiana di Organi Pinchi. Tra i lavori più significativi ci sono gli organi delle cattedrali di Addis Abeba e Gimma, S. Francesco e S. Maria a Rodi, della Cappella Paolina in Vaticano, del Santuario di Santa Rita a Cascia e del Duomo di Orvieto.


Nel
1975 Libero Pinchi lascia l’azienda al figlio Guido. Con lui l’azienda supera ampiamente la soglia dei 400 organi costruiti in Italia ed all’estero. Pur dedicandosi a realizzazioni che tenevano conto della tradizione italiana ha sempre guardato con attenzione ai modelli transalpini cimentandosi in opere complesse che hanno destato l’ammirazione del pubblico, degli organisti e degli organari di tutto il mondo. Tra i suoi organi più significativi quelli per Smithfield e Lidcombe a Sidney, in Australia; quelli della Chiesa dell’Ambasciata Italiana a Bucarest; della Basilica di S. Maria degli Angeli-Assisi, del Duomo di Arezzo. I suoi capolavori sono l’organo per il Conservatorio di Perugia ed il monumentale organo dell’Aula liturgica San Pio in San Giovanni Rotondo progettato insieme a Renzo Piano e costruito in oltre due anni di lavoro. Nel 2007 Guido Pinchi ha passato le consegne ai suoi tre figli Andrea, Claudio e Barbara che per venti anni hanno collaborato con lui apprendendo l’arte di costruire ed intonare organi. Dopo la scelta da parte di Andrea e Barbara di carriere artistiche diverse, dal 2015 l’azienda è nelle mani di Claudio Pinchi, che con passione ed amore continua la tradizione di famiglia. Con quale stile ha raccolto e interpretato l’arte di famiglia? “Ho voluto intraprendere una strada diversa rispetto al passato – mi dice – smettendo di guardare agli stili e prendendo la strada di un “eclettismo intelligente”, cercando di cogliere ciò che costituisce, a mio parere, il meglio della tradizione organaria italiana e mondiale”. Eclettismo dunque ma anche multidisciplinarietà: quante abilità servono ad un maestro organaro? “Sin dal primo sopralluogo – spiega – occorre il contatto con l’architettura del luogo, individuando il posto ideale per l’acustica, interpellando persino l’ingegneria nel caso in cui occorrano soluzioni particolari (come nel caso dell’organo di oltre 100 registri che a Colonia è stato appeso al soffitto). Senza considerare i lavori di carpenteria, falegnameria, costruzione e lavorazione delle canne metalliche, intonazione delle stesse, decorazione”. Un lavoro complesso, identico a quello eseguito nelle antiche botteghe medievali, con l’eccezione della diversità di alcuni materiali e di alcuni strumenti moderni di lavorazione.

GLI ORGANI DI FOLIGNO NEL MONDO

Gli Organi Pinchi non conoscono confini geografici: dall’Australia agli Usa sono arrivati persino in Giappone, dove a Kusatsu (città che il caso vuole sia vicinissima a Shibukawa, gemellata con Foligno) Claudio Pinchi ha costruito uno strumento destinato ad una sala da concerti.

Ma quali organi occupano un luogo privilegiato nel suo cuore? “Certamente l’Opus 422 della chiesa del Portone a Senigallia: nel 2001 mio padre mi affidò il compito – sotto la sua supervisione – di intonare a mio gusto questo mio primo organo” afferma Claudio, che aggiunge: “Non posso non citare l’organo di San Giorgio a Ferrara, interamente concepito, realizzato e intonato da me, riconosciuto come uno dei più begli strumenti realizzati in Italia da sempre, uno strumento assai significativo per la mia storia professionale e per il mio senso estetico”.

UNO STRUMENTO ‘DIVINO’ PER I BENEDETTINI DI NORCIA

Il terzo strumento che occupa un posto speciale per la sua storia di maestro organaro è quello realizzato per i monaci benedettini di Norcia su commissione del Priore p. Benedetto Nivakoff. L’organo è stato temporaneamente collocato nella struttura a lato della chiesa di san Benedetto a Monte, danneggiata dal terremoto, ed è stato benedetto appena tre settimane fa.

Un organo speciale perché dopo tanti anni si è tornati a costruire tutto da noi, creando uno strumento realizzato secondo i più alti standard possibili, gli stessi utilizzati nel ‘500 – specifica Claudio – per un luogo speciale. Ho voluto rendere quell’organo altrettanto speciale usando materiali pregiati e ogni conoscenza possibile da applicare all’arte organaria. La forma si ispira alle architetture di frate Elia ed ho attinto ai concetti della geometria sacra sia per disegnarlo sia per esprimere la migliore architettura dei suoni possibile, arrivando a inserire la sezione aurea nella formulazione del rapporto fra canne: il risultato è quello di un registro principale “sacro” poiché basato su numeri, rapporti e proporzioni della tradizione, unico al mondo”.

TREMUIT TELLUS, NEC FIDES”

Cassa in castagno, decorazioni a foglia di argento meccata, tastiere in bosso e palissandro con intarsi, canne di facciata in stagno 90% con lavorazione a tortiglione, canne interne in piombo puro trafilato: un’opera d’arte siglata, come accade da secoli, con un cartiglio nascosto all’interno dell’organo. Tradizione vuole infatti – come mi spiega Claudio – che i maestri organari ‘firmino’ la loro opera lasciando nei luoghi più reconditi di questa complessa macchina una sigla o un motto, che nel caso dell’organo dei benedettini di Norcia recita: Tremuit tellus, nec fides (tremò la terra, non la fede) con riferimento al devastante terremoto che della magnifica Basilica di san Benedetto ha risparmiato unicamente la facciata.

MUSICA PER L’ANIMA

Quando costruisco un organo è come se dessi alla luce un figlio – spiega Claudio Pinchi – ed è per questo che seguo con grande interesse anche la vita dei miei strumenti. Capita frequentemente, al momento della consegna, che nell’udire le prime note del nuovo organo qualcuno si metta a piangere per l’emozione. Ecco il grandissimo potere evocativo di questo strumento, l’unico in grado di diffondere il proprio suono nell’intera chiesa senza amplificazione: il rito religioso non può prescindere, nella sua sacralità, dalla potente voce dell’organo”.

Organi belli, i Pinchi, e di grande ‘potenza’: “Le cose belle – conclude Claudio – non solo durano nel tempo ma hanno effetti benefici sull’animo umano; la musica, quando è bella e viene eseguita da strumenti di valore, oltre a costituire un inno a Dio ha un effetto taumaturgico sulle nostre anime”.

FEDERICA MENGHINELLA

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