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Perché anche e soprattutto oggi il crocefisso in aula

Il ministro del MIUR, professor Lorenzo Fioramonti, ha affermato: “Ritengo che le scuole non debbano rappresentare una sola cultura ma permettere a tutte di esprimersi. Meglio (piuttosto che il crocefisso) appendere alla parete una cartina del mondo con richiami alla Costituzione”. Al ministro non è venuto in mente che nelle nostre scuole, non da ieri, tutte le culture possono esprimersi liberamente proprio perché c’è stato chi come Cristo, e anche Socrate, per la verità e la libertà c’è morto. Una carta geografica al muro, pur con excepta della Costituzione, non è garanzia della libertà di pensiero migliore del crocefisso che di questa è il fondamento. Il primo articolo della Costituzione è inconcepibile senza San Benedetto. Ha semplicemente proposto di sostituire la causa con un effetto collaterale o con il nulla.

Giovanni Gentile dispose a metà degli anni ‘20 del secolo scorso che in tutte le aule fosse esposto il crocefisso, in posizione eminente dietro alla cattedra, non perché il filosofo neo-hegeliano fosse un baciapile ma perché alla base della scuola da lui progettata e istituita erano valori fondanti il sapere e l’Italia e di questa endiadi il Cristo sulla croce era il simbolo più consono ed alto. Non è, infatti, a mio parere, il leonardesco “uomo vitruviano”, che sta sulla moneta da un euro, il simbolo dell’Umanesimo italiano ma è Cristo sulla croce, perché l’Umanesimo non si commisura soltanto con l’eredità del canone di Policleto ma con l’Umanità che è il fine del sacrificio di Cristo, che può affermare di essere la verità proprio perché l’ha testimoniata sulla croce soffrendo come uomo per il riscatto dell’uomo. Non è venuto al mondo in Amazzonia ma in Palestina, nell’ecumene ellenistico-romana, nella “pienezza dei tempi”, durante la pax augustea e la sua Chiesa ha in Roma, caput mundi, e non in Gerusalemme, dove ha patito sulla croce, la sua sede. Cristo è il punto di approdo e la sintesi della civiltà che ha nell’uomo il valore supremo e pertanto il messaggio cristiano può giungere a tutti gli uomini e la civiltà che ne è il frutto non esclude ma comprende quanto di umanità è presente in tutti. L’uomo era già valore fondante l’ecumene ellenistico-romana e l’Impero multinazionale di Roma seppur non nella assolutezza che proprio il cristianesimo ha portato a compimento. Infatti, solo con il cristianesimo e grazie al cristianesimo è stato affermato il valore assoluto della persona umana nella storia dell’Umanità. Ecco perché l’Italia che ha il privilegio di avere come capitale Roma, dove insiste il centro della cristianità cattolica, non può esimersi dal dovere di riconoscere nel crocefisso il simbolo della sua identità come popolo e come civiltà che da secoli coniuga la romana pietà pagana con la carità cristiana e ciò vale indipendentemente dal credere o meno nella divinità del Cristo. Non a caso a partire da Enea Silvio Piccolomini la maggioranza dei papi dell’età moderna, Rinascimento cristiano di quella antica, ha portato il nome di Pio. Inoltre, papa Giulio II, nomen omen, rifacitore della basilica costantiniana di San Pietro secondo i canoni architettonici della Roma dei Cesari, riesumò dopo oltre mille e cento anni il titolo di pontefice massimo. Tant’è che non esiste laico o libero pensatore al mondo che non abbia alle spalle come luogo di formazione e libera esistenza un habitat cristiano o cristianizzato e non c’è al mondo dichiarazione universale dei diritti dell’uomo possibile che non debba presupporre implicitamente e necessariamente il concetto di persona e/o individuo che l’Umanità ha avuto grazie a Cristo. La liberalità umanistica e il libero arbitrio hanno il loro fondamento nei Vangeli, in San Paolo come negli scritti di Seneca e di Marco Aurelio dei quali l’Umanesimo italiano è punto di approdo e sintesi.

Giovanni Gentile non fece mettere il crocefisso nelle aule come mezzo di captatio benevolentiae rivolto al clero per avere dalla Chiesa un appoggio al fascismo. Era al di sopra di tali considerazioni e nel contempo era troppo geloso e fermo custode della scuola di Stato. Altresì, anche anni dopo, nel 1942, un suo avversario, a lui pari per statura intellettuale, il promotore nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti, il filosofo liberale Benedetto Croce, scrisse il saggio definitivo, Perché non possiamo non dirci “cristiani”. L’Italia, è banale dirlo, non sarebbe il formidabile scrigno di arte e cultura che è senza due millenni di cristianesimo incardinato nel cuore della preesistente ecumene dell’Impero romano tant’è che la lingua della Chiesa cattolica è quella di Cicerone e non l’aramaico o il greco dei Vangeli. Questo sterminato patrimonio è per sua natura costituito non da “beni culturali” come oggi “laicamente” quanto impropriamente vengono chiamati statue di Madonne, santi e crocefissi ma da “oggetti e arredi di culto” cristiani. Altresì, nei Musei Vaticani sono conservati i tesori dell’arte statuaria pagana considerati, comunque, frutto del genio dell’uomo e degni pertanto di essere conservati e non distrutti e ridotti in breccia in quanto non cristiani e, quindi, “infedeli”. Più in là la Cappella Sistina sta lì come sintesi del Rinascimento il cui concetto, al di là di ogni dubbio, è cristiano. Il cristianesimo cattolico non è stato, quindi, impedimento all’arte e alla cultura italiana e mondiale ma nei secoli ne è stato il motore creativo.

Pertanto, la presenza del crocefisso nelle aule delle scuole italiane, ancor più oggi che gli alunni sono di tante provenienze, non è solo legittimo riferimento identitario per quei figli di Italiani eredi diretti di tanta tradizione. È garanzia di tolleranza, di convivenza civile e nel contempo testimonianza ed esempio universale del sacrificio che l’affermazione della verità e della libertà comporta per quanti, provenendo da paesi, culture e religioni diversi, sono approdati sulle itale sponde. Ciò non fa che incarnare nel modo più alto la splendida definizione che dell’Italia diede Plinio il Vecchio come: Omnium terrarum alumna eadem et parens, ovvero: “Figlia di tutte le terre e nel contempo anche madre”.

Questo significa il crocefisso nelle aule scolastiche: l’Umanesimo e il Rinascimento della civiltà che in Italia non possono non essere e romani e cristiani. Se l’Italia smarrisse la consapevolezza di essere erede e custode di tanta civiltà che ha nel cristianesimo il centro propulsivo e si comportasse di conseguenza, come sembra fare l’attuale suo ministro dell’Istruzione, smarrirebbe non solo l’Italia la radice dei valori universali che hanno nell’uomo il loro fondamento assoluto perché quanto è espresso dalla sua arte è epifania estetica di questo messaggio etico. Il vuoto così creato probabilmente verrebbe ben presto colmato non da una visione del mondo più alta ma dalla barbarie e dal fanatismo. La storia ha fornito e fornisce di continuo esempi in tal senso. Il dubbio di un’eventualità del genere non ha sfiorato il ministro quando ha proposto di sostituire, con intento migliorativo, il crocefisso con una carta geografica. Se l’avesse detto un privato cittadino ciò non avrebbe fatto scalpore nel mare magnum delle opinioni. È diverso se a dirlo è chi, in viale Trastevere, siede sulla sedia che già fu di Francesco De Santis e di Giovanni Gentile. Il ministro, però, è anche figlio della scuola italiana che da troppo tempo, smantellati gli ordinamenti gentiliani, male educa, compiaciuta, a gestire e a trasmettere appartenenza piuttosto che competenza. Così assentarsi dalle lezioni per andare di propria iniziativa in manifestazione è legittimato ai suoi occhi dal punto di vista istituzionale fino ad assurgere quasi al livello di “credito formativo”. Probabilmente attraverso liturgie assembleari è stato educato, non solo lui del resto, all’opinione che “a prescindere”, come avrebbe detto Totò, chiunque può permettersi di affermare impunemente qualsiasi cosa anche nella scuola, luogo del sapere, senza più avere lo scrupolo o sentirsi in dovere di rifletterci sopra.

IVO PICCHIARELLI

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  1. FAUSTO GENTILI
    21 ottobre 2019

    All’entusiasmo non si obietta, ai fatti forse sì: è davvero sicuro, l’amico Picchiarelli, che sopra “la cattedra che fu di Francesco De Sanctis” fosse appeso il crocefisso? o aveva anche lui “opinioni a prescindere”?

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