Gazzetta di Foligno

Un ampio resoconto del convegno sulla figura di Mons. Faloci Pulignani, tenutosi a Foligno nei giorni 8 e 9 Aprile 2011. In attesa della pubblicazione degli atti.

 

 

Chi non ha capito Faloci Pulignani?
Ottimo Convegno, ma anche incomprensibili assenze. Perché?

Il Convegno “Capire Faloci”, ideato e organizzato dalla Gazzetta di Foligno su proposta di mons. Dante Cesarini, è stato un successo.
Dodici interventi di altissimo livello formulati da relatori dotati di autorevolezza in materia e grande dimestichezza con il periodo storico e il personaggio in questione. Ottimi i diversi moderatori, così come i saluti introduttivi del Sindaco Mismetti e del Vescovo Sigismondi, e le conclusioni inviate dall’on. Luciano Radi.
Non si tratta di autoreferenzialità, quando tutto funziona, non dobbiamo ammantarci di falsa modestia e negare l’evidenza: non ci sono state note stonate nell’organizzazione né nella ricostruzione scientifica né nella platea, con oltre duecento partecipanti durante la due giorni dedicata al nostro fondatore.
Nell’introduzione ai lavori auspicavo che il Convegno tentasse non solo di analizzare alcune scelte di mons. Faloci Pulignani, ma anche di spiegarle e giudicarle, contestualizzandole nel periodo storico di riferimento. Aggiungevo che il compito non sarebbe stato facile, ma i vari relatori hanno onorato l’impegno e permesso di avere risposte. Lascio all’inserto interno un maggior approfondimento e alla pubblicazione degli “Atti del Convegno” l’ultima parola.
Probabilmente, troppo concentrati sul “Capire Faloci”, ci sfugge la comprensione di altri interrogativi (anche questa un’incombenza tutt’altro che banale). Salvo poche eccezioni, perché l’assenza del clero diocesano e dei rappresentanti delle istituzioni cittadine? Perché la totale mancanza di “copertura mediatica” da parte dei giornalisti locali? Non si è voluto dare risalto all’evento o non se ne è compresa l’importanza? Non si pretendeva una presenza continuativa e costante, in quanto si è trattato di un convegno di studio, ma possibile che nemmeno una relazione fosse considerata degna di qualche interesse? Possibile che un evento volto ad illustrare una delle persone che più hanno amato Foligno, un uomo che come pochi altri ne ha influenzato la vita architettonica, artistica, religiosa e politica, non abbia offerto stimoli né provocato curiosità?
Forse il prossimo Convegno si chiamerà “Capire Foligno” e avrà ad oggetto chi ottiene esclusivamente, per dirla con le parole del Faloci, “l’applauso delle rondini”.
Enrico Presilla

 

Faloci, il fiore e la spada
Dall’atteso convegno di studi sulla figura di Michele Faloci Pulignani, promosso dalla Gazzetta di Foligno e dalla Diocesi di Foligno a settant’anni dalla morte del sacerdote folignate e tenutosi a Palazzo Trinci l’8 e il 9 aprile, emerge l’immagine di un uomo indubbiamente straordinario. Nel corso dei due giorni di studio il prelato è stato dipinto con i più svariati epiteti: “un prete di fama europea”, “Gulliver tra i pigmei”, “duce dei cattolici folignati”, espressioni che, mentre attestano la statura dell’uomo, non ne nascondo le contraddizioni.
Dopo i saluti del Sindaco Nando Mismetti, il Vescovo Gualtiero Sigismondi fornisce il primo tratteggio della personalità del sacerdote: un uomo dal capo eretto… impulsivo, iroso (e consapevole di esserlo), vissuto tra l’incudine della gelosia e il martello dell’invidia, animato dall’unico preconcetto della verità: “meta costante e nobile delle persone dabbene”.
Durante il susseguirsi degli interventi, coordinati nel venerdì da padre Luigi Marioli, direttore del Museo della Basilica di San Francesco in Assisi, emergono progressivamente i molteplici campi nei quali il “Monsignore” intervenne, sostenuto da uno sconfinato amore per la sua Foligno: raccolse a sue spese migliaia di volumi, salvandoli dalla dispersione e costituendo una biblioteca senza pari in Umbria (poi donata alla Biblioteca Comunale), trascrisse epigrafi, raccolse e catalogò migliaia di reperti archeologici fino a farne un museo, avviò la catalogazione fotografica delle opere artistiche della città componendo un archivio che, come ha ricordato il prof. Luigi Sensi, non è stato ancora interamente studiato. L’imponente opera storica e l’interessamento alle questioni francescana e lauretana sono stati ricordati nel dettaglio dal prof. Mario Sensi.
Certamente l’opera più visibile del sacerdote è costituita dall’intervento sul patrimonio architettonico e monumentale della città. L’architetto Luciano Piermarini, nella sua relazione, ha ricostruito le impostazioni teoriche del contributo falociano, diretto a riportare lo stato dei monumenti cittadini alla forma che essi avevano in un determinato periodo storico. Le facciate della Cattedrale, il Palazzo delle Canoniche e il restauro di Palazzo Trinci sono tra i frutti di questa impostazione, oggi superata, ma che è stata determinante per costituire l’attuale immagine della città e definirne un’identità che ha riacquistato, a un secolo di distanza, la sua autenticità. Modernissima e ancora attuale è invece è la rivalutazione della pittura umbra e folignate del Quattrocento che, come ha illustrato la dott.ssa Giordana Benazzi, Faloci contribuì a identificare, conservare e restaurare.
Uno degli snodi dello studio su mons. Michele Faloci Pulignani è certamente costituito dalla sua vicenda politica e dalla convinta adesione al movimento fascista. La questione, preparata dagli interventi del prof. Fabrizio Bracco sulla società in Umbria a cavallo tra i secoli XIX e XX e del prof. Fabio Bettoni sui cambiamenti economici e sociali nello stesso periodo, è stata affrontata dagli interventi dei professori Antonio Nizzi e Giancarlo Pellegrini. Senza fare sconti al sacerdote folignate (le sue affermazioni messe a confronto con quelle del contemporaneo don Sturzo lasciano semplicemente attoniti), i due storici hanno cercato di indagare le ragioni di un’adesione che, pur non essendo ideologica, appare oggi un’inaccettabile scorciatoia diretta ad affermare quanto don Michele aveva di più caro: la Verità del Vangelo.
Non me ne vorranno mons. Fortunato Frezza, Sotto-Segretario al Sinodo dei Vescovi, che ha ricostruito l’interessante vicenda formativa di Faloci, la professoressa Ambra Cenci, che ha avuto il merito di ricostruire le intimidazioni, a tratti violente, subite dall’ambiente cattolico e dal Faloci in prima persona nei primi decenni del secolo scorso e i professori Stefano Brufani e Mario Tosti, che hanno il primo coordinato i lavori del sabato pomeriggio e il secondo proposto una panoramica sul movimento cattolico umbro al tempo di Faloci, e nemmeno me ne voglia l’on. Luciano Radi, che nel suo intervento inviato al convegno ha fatto emergere la figura del Faloci sacerdote, a volte offuscata dalle molteplici vicende del prelato, se dedico il poco spazio che mi resta all’intervento del prof. Dante Cesarini, che ha ricostruito il profilo del Faloci letterato e polemista.
Se infatti il sacerdote mai brandì la spada che accanto al fiore compare nello stemma che si scelse come vicario capitolare, questa fu la spada della polemica, che maneggiò con acuta maestria sia nelle schermaglie dell’ironia che negli affondi del sarcasmo. Fu lo stesso Monsignore a dichiarare ciò che animava la sua tagliente vena letteraria: “Religione, patria, libertà”. Ecco il trinomio che mosse Barbanera a fare il giornalista. Ma, come annota il Monsignore di oggi a proposito della polemica con Benedetti Roncalli, “è risaputo che il livello della polemica anticlericale fu sempre basso, e anche la teologia dei clericali era sprovvista di rigorose categorie giustificative della laicità. Può darsi che anche oggi, nonostante abbiamo avuto ottimi maestri della tolleranza e nonostante il discorso del Concilio Ecumenico Vaticano II, ci manchi una riflessione adeguata e condivisa sulla laicità”. Forse un certo oblio che avvolge la figura di mons. Michele Faloci Pulignani non è determinato dalla mancanza di studio, ma dallo strisciante perdurare di una sotterranea polemica che i “rifornimenti filosofici e teologici” di cui oggi disponiamo non sono riusciti a smontare completamente. Niente ci parla dell’oggi come la storia.
Villelmo Bartolini

 

Ca(r)pire (da) Faloci per impostare il futuro
“Capire Faloci” non è semplice! Provare ad entrare in quella testa e tirar fuori dal cilindro un assioma totalmente lineare risulta alquanto complesso. Figlio del suo tempo e padre dei tempi, popolare ed aristocratico, dotto con i dotti e semplice con i semplici, sublime penna e pessima lingua, più da leggere che da ascoltare, polemico e politico, prete e laico, cattolico e campanilista… eppure tutto perfettamente coerente. Per questo preferisco tradurre il titolo del convegno in un accento certamente più funzionale e utile: “Carpire da Faloci”. Il tratteggio dei lineamenti umani, sociali, religiosi ed artistici di Mons. Pulignani, a 70 anni dalla morte e a oltre 150 anni dalla nascita, insegna quanto sia importante oggi saper contestualizzare e chiarire il contesto vitale prima di formulare un qualsiasi giudizio. Carpire il Faloci di ieri aiuta a capire la Foligno di oggi e non solo. Perché la città ancora oggi fatica così profondamente ad entrare in un panorama politico, culturale ed economico più vasto ed integrato? Forse la radice va colta proprio negli anni in cui il giovane Faloci elaborava il suo pensiero di identità cittadina tra i mille rischi della dispersione omologante dell’assemblaggio regionale e dell’unità d’Italia. Da carpire anche la sua capacità di adeguare il linguaggio agli interlocutori, all’auditorio. Forse se dopo tutto questo tempo si sente l’esigenza di studiare di nuovo i suoi scritti, ciò è dovuto non solo al contenuto, ma anche e soprattutto alla forma che sapeva sempre adeguare all’interlocutore. Nella società contemporanea si sta rischiando molto di creare una voragine tra contenuto e contenitore: le diverse generazioni, la politica e la Chiesa stessa corrono il rischio di scavare un abisso tra “la bocca e l’orecchio” se non si riscopre l’arte di saper leggere il volto del destinatario.
Interessante anche il primato della scrittura: Faloci ti costringe a leggere! Arte della scrittura e paciere della lettura sono due operazioni sempre in maggiore abbandono e disuso, a vantaggio di un sempre maggiore abuso di immagini e suoni economicamente più redditizi: vedere e parlare di getto, scorgere flash e udire distrattamente sono certamente atti meno impegnativi e coinvolgenti. Tutti mettono bocca, ma pochi mettono penna!
Sulla stessa scia è da cogliere con entusiasmo l’impegno concreto e fattivo profuso nella polemica e nella politica della sua amata Foligno: litigioso, testardo, provocante, a volte spietato. Un politico dei nostri giorni? No, certamente, per almeno due grandi differenze abissali: il rispetto umano dell’avversario e la realizzazione di fatti concreti e opere di reale interesse comune per il bene permanente della città. La scena amministrativa di questi tempi di certo non affascina, al contrario di quanto intrighi ancora oggi la laboriosità, sia nel bene che nel male, del Faloci. Se ancora oggi vale l’espressione di manzoniana memoria “fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”, qualunque sia stata l’azione politica, culturale ed ecclesiale del presule, ci troviamo comunque di fronte ad una mole di materiale che non può che farci formulare un giudizio positivo: quale dei nostri amministratori contemporanei potrebbe presentare altrettanto? Al massimo noi oggi ci troviamo a cercare di capire il passato, mentre Faloci, grande amante di storia, impostava il futuro. Forse proprio la storia ha voluto rendere omaggio al suo bellicoso discepolo folignate, perché, come scriveva il Manzoni nel proemio ai promessi sposi: “l’historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia”.
Giovanni Zampa

 

Faloci e la “conciliazione” tra Chiesa e Stato
Il pomeriggio di sabato ha visto le relazioni forse più attese del convegno, a motivo delle vicende politiche che hanno visto protagonista mons. Faloci. Il primo intervento, del prof. Fabio Bettoni, ha tratteggiato la situazione sociale ed economica folignate a cavallo tra ‘800 e ‘900, sottolineandone in particolare la vitalità e considerando forze politiche e movimenti di opinione.
Questo retroterra sociale, con momenti di aspra contrapposizione tra la Chiesa – che mantenne la sua importanza nella formazione delle coscienze, ma che soffrì nel contesto politico e culturale postunitario – e le forze massoniche prima e socialiste poi, è alla base del Faloci “politico”, di cui si è occupato il prof. Antonio Nizzi e che è stato poco o nulla studiato, tradendo l’imbarazzo dei cattolici per il fascista e il disinteresse dei laici per il prete, in quanto tale considerato più “extraterritoriale” che cittadino italiano. Il suo obiettivo politico era essenzialmente la “conciliazione” tra Chiesa e Stato, con un impegno politico dei cattolici italiani che superasse il non expedit; diverse, invece, sono state le strategie adottate: l’appoggio in chiave antimassonica ai conservatori, la polemica con la Democrazia Cristiana di Murri e Sturzo, l’adesione al Partito Popolare prima e al fascismo poi. Faloci era anzitutto un tradizionalista e come tale avrebbe visto con favore la formazione di un blocco d’ordine conservatore, clericale e antisocialista all’insegna di “Religione, Patria e Libertà”: le prime due si sarebbero servite a vicenda, garantendosi una libertà declinata più in senso teologico morale che secondo moderni principi di laicità. Avvicinatosi al fascismo, Faloci ingaggiò una dura battaglia con i popolari, destinata ad acuirsi con l’elezione in consiglio comunale nel 1923 e culminata con la redazione di Religione e Fascismo, in cui raccolse alcune lettere inviate nel 1925 al direttore della Gazzetta di Foligno Filippo Chiassi e da questi rifiutate. Dall’intervento del prof. Mario Tosti è emersa l’originalità di Faloci nel panorama del movimento cattolico umbro. Espropriata del patrimonio, in special modo di quello riservato all’assistenza dei poveri, la Chiesa restò in un torpore destinato ad interrompersi con l’enciclica Rerum Novarum, firmata da Leone XIII nel 1891, che tuttavia Faloci non sembrò recepire mantenendosi legato alla tradizione e mostrandosi insensibile al modernismo. È stato il prof. Giancarlo Pellegrini a toccare direttamente il problema dell’adesione al fascismo, convinta ma comunque strumentale all’obiettivo di difendere la Chiesa. Faloci è stato un uomo del suo tempo: non comprese il problema della libertà, che ritenne dovesse essere sottoposta a necessarie limitazioni; restò ancorato ad un clericalismo conservatore senza margini di collaborazione con gli atei; vide, infine, nel fascismo la difesa dell’identità cattolica. Non sappiamo se Faloci abbia rivisto dopo il 1929 il benevolo giudizio sul fascismo: la politica fu un capitolo del tutto chiuso per lui, ormai interessato solo al programma di recupero del patrimonio artistico cittadino. Del sacerdote integro e del cittadino totalmente immerso nella vita culturale e sociale folignate è giunto il ricordo dell’on. Luciano Radi, che di mons. Faloci ha messo in luce la profonda carità, la fede basata sull’incontro con Cristo e l’ideale di santità essenzialmente radicata nella storia umana, oltre che l’impegno disinteressato per delineare come nessun altro l’identità storica, religiosa e civile folignate.
Fabio Massimo Mattoni

 

Un monsignore a convegno
Al termine del convegno su Faloci ho vagato un po’ per le stanze di Palazzo Trinci, come faccio usualmente quando si presenta l’occasione. Devo essermi attardato parecchio, perché ad un certo punto non era rimasto che un monsignore; forse qualcuno alle sale di sotto, o forse solo il vociare di piazza. Anche il monsignore mi sembrava interessato alle volte ed agli affreschi; l’occhio tradiva un’attenzione minuta, precisa, come di addetto ai lavori. – Mancavo da tempo – mi dice: – Davvero un bel lavoro. Accurato. – Trova? – chiedo: – Chissà che ne avrebbe detto il Priore, Faloci intendo – Lo sguardo del monsignore mi scruta occhieggiando sotto il cappello nero: – Anche lei un estimatore del priore? – Gli devo essere almeno grato – osservo – per le tante notizie che ho tratto dai suoi scritti per una parte della mia tesi di laurea. Non c’è un angolo di questa città che possa rivendicare trascuratezza da parte del Faloci! – Allora – esclama il monsignore – è stato proprio un cittadino benemerito! – e sembra quasi che l’ironia parta dagli occhiali a metà del naso, che non stanno né su né giù, ma dai quali lo sguardo s’invola inafferrabile. – Mi creda, monsignore: un mare di notizie, note e noticine, un diluvio di ragguagli, informazioni e novità; e bacchettate, monsignore! – Quando ci vuole… – Concordo: ci vuole. Uno non facile, il nostro priore – faccio notare con malcelato orgoglio municipale. – E non solo priore: anche professore del Seminario Diocesano, cancelliere della Curia Vescovile, Vicario Generale e perfino Capitolare. – Perfino – sottolinea il monsignore: – E anche Vescovo! – Faccio presente essersi trattato di nomina con bolla di indizione giornalistica, ghibellinissimo scherzo fiorentino. – Ma è pur vero – soggiunge il monsignore – che su di lui sono stati scritti ben sette, dico sette, volumi; oltre a intitolargli una piazza; non s’era detto che sarebbe stato opportuno fermarsi lì? – Ridacchia, il monsignore, e a me pare che la sappia più lunga di quella che racconta. Gli chiedo se il convegno lo ha interessato, ma lui continua a guardare le volte, si sofferma sulle geometrie, sulla matematica che si traduce in bellezza. – Forse non sarebbe stato sconveniente qualche partecipante in più; qualcuno non solo intellettuale. Gli intellettuali non li smuove nessuno. Ognuno se ne torna con quel che è venuto, no? Per chi è stato un benemerito, Faloci è benemerito ancor di più, per chi lo è stato di meno, probabilmente tale resterà. Queste membrature architettoniche: che meraviglia! – Il monsignore è rapito da questo palazzo; sul corridoio di collegamento con le canoniche il monsignore sosta di fronte alle figure pittoriche che affiorano dal tempo: – È molto, sa, che manco da questa città. – Davvero monsignore? E da quanto? – Un sorriso gli illumina il viso. – E come l’ha ritrovata, questa città, cambiata? – È sera, ormai; sulla piazza i discorsi dei folignati e una manciata di colombi. – Luciferina – risponde il monsignore: – Luciferina. Ma con garbo.
Guglielmo Tini

 

Faloci uomo di cultura: passione, competenza e generosità
La giornata inaugurale del convegno di studi “Capire Faloci” è stata dedicata alla ricostruzione dell’attività del fondatore della Gazzetta di Foligno nei campi della cultura storica e storico-artistica.
Ne è emersa una figura di statura europea, che in condizioni difficili e da una cittadina di provincia, è riuscito a mantenersi aggiornato sul dibattito storico e artistico internazionale e a coniugare l’attività di studioso con quella più pratica, ma non meno importante, di appassionato ricercatore e restauratore delle memorie storiche di Foligno. Don Giuseppe De Luca, che, nel 1936, lo ha incontrato nella sua biblioteca, lo ha icasticamente definito: “un prete che ha perso poco tempo”. Nel saluto iniziale, il Sindaco Nando Mismetti ha ricordato il contributo essenziale di mons. Faloci alla costruzione dell’identità cittadina. Il Vescovo Sigismondi ha invece invitato i relatori a “comprendere” Faloci e lo ha definito “appassionato cercatore di verità”.
Gli interventi di mons. Mario Sensi, dell’arch. Luciano Piermarini, del prof. Luigi Sensi e della dottoressa Giordana Benazzi, moderati dal direttore del Museo della Basilica di San Francesco in Assisi, padre Luigi Marioli, hanno messo in luce i molteplici aspetti dell’attività culturale del Faloci.
La sua bibliografia conta più di cinquecento titoli. Ha fondato diverse riviste scientifiche tra le quali spiccano per prestigio e importanza la “Miscellanea francescana” e l’“Archivio storico per le Marche e l’Umbria”.
In un momento di disordinato sviluppo urbanistico nelle periferie, che ha visto la distruzione delle manifatture e dei quartieri antichi del centro storico, si è battuto con passione e impareggiabile competenza per il riscatto e la riqualificazione della città. L’immagine della Foligno dentro le mura che ancora oggi vediamo è per gran parte il frutto dei suoi interventi.
A lui si devono il restauro di entrambe le facciate del duomo. La costruzione del Palazzo delle Canoniche, il restauro di Palazzo Trinci e la costruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Filo conduttore di questa sua attività è stata la volontà di rispettare la forma originaria degli edifici oggetto di intervento; per questo ha attinto alla sua specialissima conoscenza di archivi e memorie locali entrando spesso in contrasto con tecnici anche autorevoli. Non lesina la sua ironia neanche al potente architetto fascista Cesare Bazzani, a cui si deve la scalinata del cortile di Palazzo Trinci.
La vena polemica, che ha esercitato in pagine ancor oggi godibilissime della Gazzetta di Foligno, non si è tirata indietro neanche di fronte a nomi autorevoli come Paul Sabatier, fondatore della moderna storiografia francescana o Lionello Venturi, rinomato storico dell’arte che non apprezzava la pittura folignate del Quattrocento.
Ma il suo amore per la città è andato ben oltre. Il suo contributo alla nascita della Biblioteca Comunale è stato essenziale, e soprattutto è riuscito a salvare una mole enorme di piccoli frammenti della memoria storica locale che altrimenti si sarebbero dispersi nel mercato antiquario o più semplicemente nell’incuria. La sua opera di catalogatore di sculture, epigrafi e altri oggetti ha impedito la scomparsa di un patrimonio enorme e la sua generosità nel condividere i frutti del suo lavoro gli ha meritato le parole di stima e di elogio del grande epigrafista tedesco Eugen Bormann curatore del volume del Corpus Inscriptionum Latinarum dedicato all’Italia centrale.
Generosità, competenza, passione e vis polemica sono i tratti che disegnano la figura del Faloci come uomo di cultura. Per dirla con una bella metafora di padre Moraioli, è stato un “cane da guardia della bellezza”.
Mauro Pescetelli

 

Faloci e Roncalli
Domenico Benedetti Roncalli (1843-1910) era il leader dei democratici folignati. Monsignor Faloci (1856-1940) sapeva che combattendo contro di lui, combatteva contro i repubblicani, i radicali, i socialisti folignati messi insieme. Faloci tentò di demitizzare Roncalli su molti fronti. Il primo, quello più facile, fu il ricordo di lui quando stava in seminario a cantare il Mattutino alla Madonna e quando il vescovo Belletti gli diede una medaglia perché si distinse nello studio della filosofia cattolica. Il secondo fronte, più consistente, fu l’accusa di ateismo militante; Faloci era convinto che il peggior ateo è l’apostata, soprattutto se questi si fa divulgatore di incredulità. Scrisse: è lì la sua guerra, è lì il suo voto, è lì la sua meta: guerra a Dio. Ecco il suo programma. D’altra parte Roncalli non usava linguaggio leggero, se nel periodico “Spartaco” di Spoleto del 18 gennaio 1885 aveva scritto che occorreva far guerra ai misteri, alle indulgenze, alle anime del Purgatorio, al peccato originale, ecc.; conservare queste nequizie sarebbe stata cosa infame. Ancora nel periodico “Spartaco”, il 31 maggio 1885, Roncalli aveva rincarato la dose affermando che battesimo, cresima, confessione, eucaristia, indulgenza, misteri, dogmi, estrema unzione sono tutte grossolane stupidità.
Faloci trovò insopportabile questo linguaggio, ma lo citò più volte usandolo come arma politica contro Roncalli. D’altra parte anche questo nostro monsignore, che pur si vantava di correggere i costumi ridendo, rideva assai poco quando polemizzava contro Roncalli. Lo chiamava sublime illuso; più ancora: personaggio autoritario, intollerante, intransigente, Briareo del Topino che tutto modera, dirige, vuole; possessore di un triplice portafoglio, essendo assessore alla Pubblica Istruzione, Presidente della Congregazione della Carità, professore nella Scuola d’Arti e Mestieri.
Non ci si aspetterebbe che Faloci riconoscesse qualche qualità positiva in Roncalli, eppure tra i tanti attacchi polemici sbucano fuori termini estimativi. Il monsignore riconosce che Roncalli è persona intelligente e che è un piccolo Crispi ma uomo serio. Aggiunge: dicono che abbia buon cuore e molta testa, ma che nondimeno ci perseguita in modo assai accanito, che è ben difficile trovare in Italia l’eguale. Ci informa infine che Roncalli è conosciuto come uomo gentile, cortese e garbato.
Facciamo l’ipotesi che Faloci nutrisse qualche segreta ammirazione per il suo avversario; addirittura sospettò, forse, che egli stesso, sotto qualche aspetto, gli somigliasse, pur militando in campo avverso.
In effetti Faloci amò molto la sua città, non meno di Roncalli; si dichiarò Folignate per eccellenza, come avrebbe proclamato anche Roncalli; giunse a dire che amava Foligno più degli occhi, ma queste parole Roncalli non le avrebbe ripetute perché semmai amava il partito democratico più degli occhi. Faloci, imperterrito, si proclamava cuccugnao, secondo l’antico soprannome dei folignati.
Un altro punto di contatto tra Faloci e il conte Roncalli era l’amore per la libertà. Sì, protestava Faloci, io parlo di libertà, e libertà voglio, e dico ad alta fronte: voglio la libertà. Un grido del genere, senza dubbio piaceva immensamente al democratico e repubblicano Roncalli.
Un terzo incontro tra Faloci e Roncalli era dato dall’amor di patria; ambedue erano disposti a gridare con sincerità Viva l’Italia.
In sintesi, Faloci e Roncalli si somigliavano per la tenacia con cui difendevano le proprie idee; in particolare Roncalli fece della politica democratica la propria religione.
Cosa dunque divideva Faloci da Roncalli, oltre alla fede religiosa? Oltre al fatto che Roncalli era un massone importante, maestro venerabile della loggia “Conciliazione” di Foligno, ancora oggi titolare di questa loggia, mentre Faloci avversava vigorosamente la massoneria? Ecco, siamo al nocciolo: la insanabile divergenza, il motivo passionale della rissa tra i due risiedeva nella opposta politica.
Faloci si dichiarava, scherzosamente, codino e meno scherzosamente difensore dell’ordine, del dovere, del sacrificio, perfino retrogrado e clericale. Politicamente, Faloci cercava l’alleanza con i monarchici, contro i democratici e i radicali, figuriamoci contro i socialisti e gli anarchici. I monarchici, che pure svaligiarono il Papa, avevano il vantaggio di non professare l’incredulità.
In verità, Faloci e Roncalli, oh gran bontà de’ cavallieri antiqui, combatterono ad armi pari una dura battaglia, non avendo però (non per loro colpa) sufficienti e adeguati rifornimenti filosofici e teologici. È risaputo che il livello della polemica anticlericale fu sempre basso, e anche la teologia dei clericali era sprovvista di rigorose categorie giustificative della laicità. Può darsi che anche oggi, nonostante abbiamo avuto ottimi maestri della tolleranza e nonostante il discorso del Concilio Ecumenico Vaticano II, ci manchi una riflessione adeguata e soprattutto condivisa sulla laicità.
Dante Cesarini

Il dibattito sulla Gazzetta
Il contributo di Faloci Pulignani al restauro di Palazzo Trinci, di Fabrizio Menestò
Il ricordo personale di don Alessandro Trecci
Capire Faloci Pulignani, di Mons. Dante Cesarini
Faloci e il Fascismo, del direttore Antonio Nizzi
L’intervento del Prof Bettoni
La proposta della gazzetta a 70 anni dalla morte

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  • Monsignor Michele Faloci Pulignani

    don Sergio Andreoli

    Il folignate monsignor Michele Faloci Pulignani nacque il 9 luglio 1856 e morì il 1 ottobre 1940.
    Protonotario Apostolico, nominato con Breve del Santo Padre Pio XI del 13 febbraio 1922, Priore del Capitolo della Cattedrale di San Feliciano, Professore nel Seminario Diocesano e nel Liceo Classico Comunale, Responsabile della Biblioteca del Seminario, Cancelliere della Curia Vescovile e per molti anni Vicario Generale della Diocesi di Foligno, fu anche, nella sua Città, Vicario Capitolare dal 22 dicembre 1894 al 18 marzo 1895 e tenne lezioni all’Università per Stranieri di Perugia.
    Egli è noto a chiunque abbia anche una sola volta prestato interesse alla storia – a quella francescana e angelana, in particolare -.
    I suoi meriti non sono pochi; basta scorrere l’elenco della sua produzione letteraria, per convincersi che non è stato un qualsiasi erudito.
    Fu, infatti, uno studioso molto attento ai documenti e alla fonti, per ricostruire le vicende delle istituzioni cittadine e non solo.
    In questa sede voglio ricordare che nel 1932 andò in porto, dopo la trascrizione fatta da dom Leone Allodi O.S.B., la pubblicazione e la traduzione del manoscritto CXII riguardante la beata Angela da Foligno (+ 4 gennaio1309), conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Santa Scolastica, di Subiaco.
    Solo questa sua iniziativa sarebbe sufficiente per collocarlo tra i benemeriti della cultura, ma tante altre sono state le opere, che lo rendono meritevole di grata memoria.
    Anzitutto da parte della Diocesi di Foligno – monsignor Faloci Pulignani si dedicò anche alla cura d’anime nelle frazioni di Pale e Sant’Eraclio e, in città, nella Parrocchia di Santa Maria in Campis, e poi da quella di Spoleto-Norcia – a Spoleto egli svolse, dal 1 gennaio 1906 al 15 agosto 1912, il servizio di Vicario Generale -.
    Poiché, però, a Foligno, egli fu anche titolare dell’Assessorato alla Cultura e Direttore della Biblioteca Comunale, che pochi anni fa è stata intitolata a Dante Alighieri, auspico una iniziativa di questa istituzione culturale, per riportare l’attenzione su uno dei figli più illustri di Foligno; sarebbe anche degno di plauso un ricordo dell’Ente Giostra della Quintana, dal momento che si deve proprio al Faloci la trascrizione del documento antico, sul quale si fonda la moderna rappresentazione.
    Se, poi, la prestigiosa rivista Miscellanea Francescana, edita dalla Pontificia Facoltà Teologica dei Frati Minori Conventuali di Roma, troverà il modo per fare memoria del suo fondatore e primo direttore, penso che la cosa tornerebbe gradita a molti folignati e a tutti gli studiosi.
    Per questi sono preziosissimi gli articoli della Gazzetta di Foligno, fondata dal Faloci nel 1888 – era la prosecuzione del foglio Il giornale di Foligno, nato nel 1886 -.
    Da ricordare che egli dette vita anche, nel 1925, al periodico La Fiamma, e prima, all’Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria, pubblicato dal 1913 al 1919, al Corriere di Foligno, che uscì dal 26 ottobre 1919 al 13 dicembre 1920 – si trasformò, nel 1921, in Corriere Popolare – e a Il Costituzionale, che uscì nel 1913-1914 e successivamente nel 1922-1923.
    Chissà, poi, se anche la Deputazione di Storia Patria per l’Umbria – creata nel 1894 come Società umbra di storia patria e trasformata in Deputazione nel 1896 – celebrerà l’illustre folignate, che fondò, insieme a Milziade Santoni, di Camerino, e Giuseppe Mazzatinti, di Gubbio, la rivista di studi storici Archivio storico per le Marche e per l’Umbria, che uscì dal 1884 al 1888?
    donsergioa@gmail.com

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