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Diventare più umani, per abbattere i muri dell’odio

Nella terza conferenza di formazione del Progetto Cittadini del Mondo è stato presentato il XXVI rapporto sull’immigrazione Caritas/Migrantes con l’intervento di Oliviero Forti, responsabile per l’immigrazione di Caritas italiana. Toccante è stato l’intervento di alcuni studenti che hanno vissuto alcune esperienze con il progetto stesso: la visita alle frontiere dell’Europa battute dai migranti a Calais (Francia) e Lampedusa o lo scambio nell’ambito del dialogo ecumenico con i giovani ortodossi rumeni di Resita. Riportiamo di seguito l’esperienza di Giorgia che attraverso la collaborazione con il progetto Meridiano d’Europa è stata sulla frontiera di Calais (Francia).
Caro diario,
a maggio ho intrapreso un viaggio con altri 250 ragazzi da tutta Italia e mi sono diretta a Calais, nell’estremo Nord della Francia, con la pancia vuota e una fame viscerale di risposte. La domanda era: “Quale Europa?”. Quale Europa desidero per me, per il futuro e per il mondo intero. A Calais ho trovato un filo spinato che si estende per chilometri e chilometri, un muro alto, un confine, una limitazione, un grande blocco. Quel filo spinato non era affatto diverso dai tanti ripudiati del passato, e gli stessi erano i vestiti strappati che vi erano impigliati. Lo stesso era quell’imponente recinto di quelli che sono gli immigrati, pellegrini che seguono il culto della vita, ma che prima ancora sono persone, persone a cui è stata negata la possibilità di muoversi e di rispondere alla chiamata dell’Inghilterra che incendia i loro animi. E così a Calais, fino allo scorso novembre c’era il più grande campo profughi d’Europa, che raccoglieva in un grande calderone dell’orrore la disperazione e quell’eterna speranza di cambiamento e rivoluzione e quel coraggio, quel coraggio che ci vuole per cambiare. Scesi dall’autobus, un silenzio assordante, eravamo in una radura enorme, in un campo in cui avremmo potuto cantare e suonare a squarciagola e non disturbare nessuno, eppure non c’era nemmeno una persona che non parlasse sussurrando, nessuno osava disturbare quella profonda quiete, colma di dolore che si espandeva in quello che era stato il teatro di un campo profughi, lo stesso senso di vuoto che ti lascia il campo di battaglia imbrattato di sangue alla fine della guerra. E c’era chi tremava, chi aveva scelto di pregare per tutte quelle anime erranti che nel 2017 non hanno garantiti quei diritti umani tanto ostentati, in quei paesi considerati civili. Eppure noi eravamo lì, a scoprire, a vedere con i nostri giovani occhi quella crudele realtà che sembra così lontana, eppure è proprio accanto a noi, e ora sono qui a raccontare, a scrivere di come nel fango delle tende degli accampati c’erano dei bambini che giocavano e che sorridevano, a divulgare, a raccontare e a riflettere. Eppure c’è chi non si arrende, chi sceglie di vivere, chi sceglie di “non fregarsene”, ma di gridare “i care”, “we care”, perché gli idoli dorati, la fame di sapere non la saziano. Ho scelto di riportare una testimonianza, perché sono fermamente convinta che, per guarire, l’umanità debba assumere consapevolezza. Credo che la pace sia prima di tutto cooperazione, impegno civile e morale, rispetto per te stesso e per il prossimo, la forma più alta e completa di Humanitas. La pace è il credere che non esista preminenza, che non esista l’assoggettamento giustificato dalla convinzione di essere migliori. L’ideale umano deriva dalla solidarietà, l’essere umani è un concetto che va al di là della schiavitù e delle prigionie di pensiero, delle etichette, delle gabbie religiose, etniche e di genere. Un concetto superiore alla visione di un mondo quadrato e rigido, diviso in maniera netta e non malleabile. È l’uomo che si imprigiona attraverso i confini ed è l’uomo stesso che ne spezza le catene con le arti liberali e la riflessione. “Homo sum: nihil a me alienum puto” (Terenzio, Heautontimorumenos, atto 1). “Sono umano, nulla di ciò che è umano mi può essere estraneo”. Oggi l’essere umani, l’agire con coscienza combatte con le ideologie di segregazione razziale, con le intolleranze e le discriminazioni. Ma fin quando anche l’ultimo seme di speranza sarà piantato, fin quando l’indifferenza del silenzio sarà combattuta con la parola, fin quando l’uomo riuscirà ad esaltare i propri valori, conoscendo se stesso e il mondo in maniera cosciente e consapevole della loro grandezza, con la cultura, la giustizia e la sapienza, allora l’essere umani si manifesterà nella forma più completa e alta: l’amore per se stessi, per gli altri, per l’umanità e per l’essere umani.

Giorgia Azzarelli, Liceo scientifico G. Marconi

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