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Perché e per chi dobbiamo votare

Cresce l’attesa per le prossime elezioni del 4 marzo. È davvero ancora così? Nel corso dell’ultima tornata elettorale nazionale del 2013 votò il 75% degli aventi diritto. Alle politiche del 2008 l’affluenza si era attestata all’80% mentre nel 2006 aveva superato l’83%. Un solo punto percentuale corrisponde a varie centinaia di migliaia di persone, più punti ovviamente a milioni di persone. Chi esprime il proprio voto contribuisce alla decisione finale, chi rimane a casa per apatia, per sfiducia o in segno di protesta, non rinuncia solo a un diritto: permette ad altri di decidere per lui e, anche se non va più di moda dirlo, viene meno a un dovere. L’art. 48 della Costituzione è chiarissimo: l’esercizio del voto è un “dovere civico”. Non è un obbligo giuridico, dal 1993 non sono previste sanzioni nemmeno di natura simbolica, ma questo non sminuisce il valore della partecipazione, tutt’altro. L’astensionismo è paragonabile alla febbre: se aumenta, c’è sicuramente qualcosa che non va. Molte volte si parla di diritto all’astensione, ma, ammesso che sia tale, si tratta di una modalità di espressione che contribuisce ad aggravare le cause stesse che hanno spinto al non voto, è un vero e proprio avvitamento privo di prospettiva. Ma allora perché è in crescita? Chi o che cosa contribuisce al disinteresse e ad aumentare il distacco dei disillusi? Le motivazioni sono tantissime e impossibili da sintetizzare: di sicuro, va detto con estrema chiarezza, le maggiori responsabilità non vanno ricercate in chi non vota, ma in chi non si fa votare. Ciò nonostante, possiamo provare a fornire il nostro piccolo contributo per limitare un fenomeno che reputiamo lontano dai nostri valori. Ma se è importante scegliere, c’è una seconda questione: chi scegliere? Emblematiche da questo punto di vista le parole che i vescovi della Conferenza episcopale lombarda hanno espresso in una nota in vista delle prossime elezioni politiche: “La Chiesa non si schiera in modo diretto per alcuna parte politica. Ciò significa che tutti – in particolare coloro che si propongono come candidati – si guardino dalla tentazione di presentarsi come gli unici e più corretti interpreti della Dottrina sociale della Chiesa e dei valori da essa affermati. Occorre educarsi maggiormente sia alla condivisione dei medesimi principi ispirati alla retta ragione e al Vangelo, sia al rispetto dell’ineludibile diversità di esiti dell’esercizio di discernimento e della conseguente pluralità di scelte”. L’intervento dei vescovi lombardi si inserisce – e non poteva essere altrimenti – nel solco della legittima autonomia delle realtà terrene promossa nella costituzione conciliare “Gaudium et Spes”. Spetta a ogni credente, e soprattutto ai laici, valutare secondo coscienza e in piena autonomia quali vie siano da percorrere per raggiungere lo scopo, che è quello di costruire un mondo più umano. Ma il Vangelo non può e non deve essere strumentalizzato a fini politici, né può essere imposto ad alcuno: non si governa con il Vangelo in mano, semmai con il Vangelo nel cuore.

ENRICO PRESILLA

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