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Cafoni in paradiso

Gentile Michele Serra, Lei ha definito il neo sindaco di Foligno «un gran cafone» e lo ha fatto, gliene va dato atto, prima del ballottaggio, precisando che il signore in questione sarebbe restato comunque un cafone: un cafone vincente, ma un cafone (La Repubblica, rubrica L’Amaca, 8 giugno 2019). Sulle ragioni di tanta «reiterata cafonaggine» potremo o potremmo tornare in seguito. Ora però mi preme sottolineare una cosa: quel termine – cafone – è stato un assist stupendo, un cross alla Bruno Conti sul cui pallone in area c’era un post-it con su scritto basta spingere. E non certo un assist per i centravanti di mancina: tutt’altro! Il cafone è un uomo che viene dopo il nulla. Lei certamente ricorda Fontamara, ed io ora trascrivo perché mi piace rileggere quello che Silone scrive del cafone: «In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito». Mi viene sempre la pelle d’oca, di fronte a tanta tacitiana grandezza. Quando inurbammo, mi chiamavano burino perché nel villaggio nastriforme, dal quale vengo, badavo alle vacche, sdraiato all’ombra di un ampio nocciolo. Fu solo quando scoprii il latino, che mi passò il mal di pancia: altro che rozzo zoticone! Abitavo la terza declinazione latina, mica da ridere! E quel burino ce l’ho ancora su come una medaglia. Io lo so, gentile Michele Serra, che Lei non intendeva minimamente farne una questione etimologica: Lei è troppo sottile e, se permette, abbondantemente machiavelliano per non aver capito come mai sull’antica città di Foligno non spiri più vento dai quadranti di levante. Lei individua una certa prostrazione impotente delle opposizioni nella reiterazione di «concetti inutilmente alti»: antifascismo, istituzioni, diritti, Polis. Concetti inutilmente alti: una definizione grandiosa e tragicamente vera. Perché qui la sconfitta ghibellina – non parliamo più di destra e di sinistra, che ne dice?, dato che trionfano nuances e melangiati: però pure i ghibellini!, mi dirà. Ma è per dire, no? – la sconfitta, dicevo, è stata su quelli che Gobetti chiamava gli interessi reali, distinti e necessari dei cittadini. Mica sui massimi sistemi: sui bisogni. Alla festa di Sant’Isidoro ho captato al volo la protesta del signore, che spiegava di aver votato di là perché, se per tre anni ti telefono e ti riscrivo e vengo lì per chiederti di mettere la gomma sul disallineamento del tombino telecom tu-tum ta-tam a ogni passaggio di macchina e te ne freghi, io non ti voto più. Altro che sistemi. Dura lex. Lei fa poi riferimento all’«interminabile rosario di insulti» verso pontefici, sindacati, donne velate e poveri cristi del quasi sindaco poi sindaco a tutti gli effetti: e scrive però che si tratta di una soglia «di poco sotto la media della miseria intellettuale corrente». I cafoni vengono dopo il nulla: «Nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni». Ci pensavo tristemente qualche sera fa, passeggiando fra Arenella Materdei e la Sanità, e ci pensavo in silenzio, per non essere intercettato fra tanta gente, perché alle volte certe ricezioni sono peggio del nulla, oppure peggio dei bifolchi, che dice, gentile Michele Serra, va bene bifolco? O villano, tanghero oppure – senta questa – buzzurro. Ci pensavo e mi tornavano alla mente le parole del grandissimo Benedetto Croce: «Vi sarebbe luogo a disperare, se la disperazione fosse un partito politico. Come non è». E si può dire che è finito. Dura l’ex.

GUGLIELMO TINI

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  1. Antonio
    13 giugno 2019

    Più lo leggi e più trovi un particolare, un rimando, una nota.

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