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Nessuno mi può giudicare…

Questa settimana si concluderanno nella maggior parte delle scuole gli esami di maturità. Saranno affissi i tabelloni all’albo della scuole e i ragazzi vedranno sintetizzato tutto il loro percorso scolastico in un numero da sessanta a cento (con la possibilità della lode per i più preparati).
I risultati di solito non riservano molte sorprese. Il tasso di promozione è prossimo al 100% e il voto finale non si discosta mai troppo dalla media dei voti ottenuti alla fine dell’anno scolastico. Eppure per studenti e famiglie resta un momento di enorme stress e tensione. Dunque sono arrivate puntuali anche quest’anno le voci critiche verso questa prova e le proposte di abolirla (l’articolo 33 della Costituzione prescrive però “un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi”).
Le critiche non sono certo infondate: una macchina organizzativa complessa e costosa, risultati finali spesso scontati, più generosi nelle scuole del sud rispetto a quelle del centro-nord, scarso valore certificativo delle reali competenze degli studenti, tanto che le Università non ne tengono conto e organizzano propri test d’ingresso. Al ministero si sta dunque lavorando al decreto legislativo che dovrebbe disegnare il nuovo esame di stato. Il condizionale è d’obbligo perché, per ora, l’unica cosa certa è che la sua attuazione è rimandata al 2019 mentre il provvedimento dovrà passare attraverso le commissioni parlamentari che potrebbero modificarlo anche in modo sostanziale. Le novità principali dovrebbero essere il peso maggiore attribuito al percorso scolastico degli studenti (che rappresenterà il 40% del voto finale contro il 25% attuale), l’abolizione della terza prova (quello che generalmente viene chiamato “quizzone”) e l’ingresso dell’esperienza di alternanza scuola-lavoro all’interno della prova orale.
Si punta dunque a ridurre il rischio di “sorprese” all’esame e ad una generale semplificazione. Una semplificazione che, da qualche anno, sta investendo anche le tracce delle prove d’esame, almeno per quanto riguarda la prima, quella di italiano e la versione di latino del liceo classico, che quest’anno proponeva un brano di Seneca abbastanza noto e senza difficoltà particolari.
Nonostante questo, l’ansia da esame non è mancata e ha dato vita a diversi episodi di cronaca che fanno riflettere: una ragazzo marchigiano è stato bocciato perché sorpreso a copiare dal telefonino la prova di matematica che la mamma, insegnante, gli stava inviando; una zia, anche lei insegnante, ha confessato in una lettera al “Corriere della sera” di aver dettato attraverso lo smartphone la prova di italiano al nipote angosciato; il giovane portiere della nazionale, Gianluigi Donnarumma, ha rinunciato a svolgere l’esame per volare ad Ibiza, dopo aver chiesto di essere esaminato in una sessione suppletiva e aver interrotto l’esame degli altri suoi cinquanta compagni.
Filo conduttore di tutti questi episodi mi pare una concezione sbagliata del concetto di valutazione. Essere valutati significa confrontarsi con una realtà esterna, esporsi al rischio di sbagliare, essere guardati dal punto di vista di un altro. La valutazione può essere anche ingiusta, come tante altre esperienze della vita, ma ci permette di riflettere su noi stessi e di ripartire con una maggiore consapevolezza. Per accettarla e darle il giusto peso occorre appunto essere “maturi”.

MAURO PESCETELLI

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