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Gestualità

Sulla piazza di Spello incontro il ragionier tal dei tali. Ha conservato la sicurezza del burocrate di un tempo, sebbene il suo sguardo sveli un velo di mestizia. Dopo una vita spesa al servizio del pubblico è ormai in pensione. Dice che a casa non ci può stare. Così si aggira per la piazza sperando d’imbattersi in qualche vecchio conoscente o, in mancanza, in qualche compagno di scuola con cui attaccare bottone. Gli faccio notare che i suo coetanei sono ormai all’ospizio, nella migliore delle ipotesi. Sposta il discorso altrove. Dice che ai suoi tempi gli uomini portavano il cappello e se lo toglievano quando entravano in Chiesa, alla Posta o se si fermavano a discorrere con un donna. Se chiedevano un’informazione ad un passante lo sollevavano appena. Scusandosi, facevano altrettanto se pestavano inavvertitamente un piede a qualcuno. “Altri tempi” dico io. Ci sediamo su una panchina della piazza a parlare di gestualità e di buone maniere, quando passa un’esponente politico locale (anch’egli in pensione) che il cappello non lo ha portato mai, tanto per non doverselo levare. Vede il ragionier tal dei tali gli dice: “Carissimoooo”, che di solito è il modo di salutare quando non ci si ricorda il nome di colui che ti ha dato il voto. Il ragioniere, irrigidendosi, risponde a mezza bocca, abbassa lo sguardo e il cappello non se lo toglie. Pose, atteggiamenti, trascurabili sfumature direte voi. Ma lui, in un ardimentoso slancio di cui in gioventù non fu capace, nell’omettere il gesto del saluto ha voluto dire qualcosa a quel trombato, pardon, politico in pensione. Morale della favola: certe volte ci si esprime attraverso una serie di formalità, altre volte le formalità è sufficiente ometterle, per esprimersi. Il ragionier mi saluta soddisfatto, solleva di qualche millimetro il cappello e s’avvia verso casa, ma non prima di aver dato uno sguardo afflitto all’arredo di piazza. Scuote la testa e scompare in direzione di via Giulia.

GIOVANNI PICUTI

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