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IL SOGNO DI LEONARDO CENCI: FARE IL MINISTRO DELLO SPORT. L’attività fisica mi ha salvato nella malattia

Buongiorno Leonardo, ancora una volta ci troviamo a parlare della Maratona di New York e della tua seconda partecipazione. Cosa ha rappresentato correrla di nuovo?

Il mio primo pensiero è stato quello di migliorare la prestazione dello scorso anno e scendere di qualche minutino. È chiaro che non avrei pensato di raggiungere questo risultato (4 ore, 6 minuti e 16 secondi, con una media di 5’ 51” a km). Significa che la preparazione va bene e il cancro, con cui mi sono abituato a convivere, mi fa vivere una discreta qualità della vita. L’aspetto più importante è che quest’anno ho partecipato alla maratona come Ambasciatore dell’Umbria. Il risultato raggiunto mi ha fatto percepire ancora di più che, essendomi lasciato alle spalle più di trentamila persone, significa che tanto male non sto. Per la precisione sono arrivato sedicimilacentoventunesimo lasciandomi dietro trentaquattromila persone.

Testimonial per l’Umbria su tremiladue italiani partecipanti e testimonial contro il cancro. Non è più un nemico, come ci si può convivere?

Io lo chiamo ospite da quando si è insediato sul mio corpicino. Non me lo sono fatto nemico, l’ho accettato da uomo di fede ed ho messo in campo tutta la mia forza di volontà, la mia resistenza e il mio pensiero positivo; armi che dobbiamo avere quando si ha un problema così importante. Il fatto di essere stato candidato a testimonial mi ha riempito di orgoglio perché sono molto attaccato alle mie origini, ho cercato di offrire il meglio. In questa occasione ho avuto la fortuna di raccontare la mia storia alla sede della Urbani Truffles Usa, dell’Enit (Ente Nazionale turismo) e del Consolato Italiano a New York.

Come procede la tua salute?

La mia salute è un po’ altalenante; fortunatamente il cancro primitivo al polmone è fermo da marzo 2017. Il problema sono le metastasi che vanno e vengono. Ho iniziato con nove, sono arrivate a tredici per tornare a nove e riaumentare oggi a dieci. Diciamo che ancora le riesco a gestire.

Come convivi con queste metastasi?

Cerco sempre di tenermi impegnato e non pensare continuamente al dolore e al problema ma progettare sempre una vita di speranza, una vita che mi permetta di affrontare la malattia in maniera meno infausta.

A Foligno è giunta notizia del “Capodanno matto” festeggiato il 24 novembre. Ci spieghi cos’è?

È una festa che ho inventato nel 2002 quando da una mia proposta abbiamo iniziato con i miei amici a festeggiare il capodanno un giorno diverso dal 31 dicembre. Questa tradizione è continuata per diversi anni e si è interrotta quando mi sono ammalato; nel frattempo avevamo raggiunto i milleduecento partecipanti. Nel 2013 ho ripreso l’iniziativa sotto la veste di festa di beneficenza per l’associazione Avanti Tutta, che nel frattempo era nata, e dove ci si diverte come matti. Quest’anno abbiamo festeggiato l’arrivo del 2018 con cinquecentosessanta partecipanti. L’incasso viene devoluto come al solito al reparto di oncologia dell’Ospedale di Perugia.

Quanto nella tua vita, prima e dopo la malattia, la fede è stata importante?

Ho fatto un percorso scoutistico fino ai 21 anni, mi sono appoggiato a S. Francesco, che durante un’uscita scout in cui mi sono trovato in difficoltà ed ho avuto paura mi ha aiutato. Da lì si è aperta una porta verso il Santo che mi custodisce e protegge e quando prego giornalmente chiedo protezione sotto le sue ali. La fede mi ha aiutato ad accettare la malattia che ho, mi ha aiutato a sostenere il peso della croce sempre con dignità e con speranza dimostrando che l’amore per la vita ti porta a fare un percorso sereno con la malattia, nonostante tutto.

Sei conosciutissimo. Oramai sei un personaggio pubblico. Quanto è diventata impegnata la tua vita dopo tutto questo?

Molto. In questi giorni è uscito un articolo sul settimanale Panorama, sono stato ai “Fatti Vostri” l’8 dicembre e non solo. Questo mi fa piacere. Tante persone mi fermano per strada chiedendomi consigli, mi sento anche una certa responsabilità che mi affatica; però il buon Dio mi aiuta a fare del bene e ad aiutare le persone meno fortunate di me. E questa è la cosa che mi piace di più perché penso sia la mia missione anche se il mio sogno da grande è fare il Ministro dello sport.

Come mai? 

Ritengo di avere merito, conoscenza, capacità, forza di volontà e determinazione per migliorare sensibilmente il pessimo decennio che abbiamo davanti per i nostri giovani. Non fanno sport e i genitori preferiscono lasciarli davanti alle consolle, ai televisori, ai telefoni cellulari.

Quanto è stato importante lo sport nella tua malattia?

Lo sport è stato determinante nella mia vita. Se non avessi avuto una mentalità sportiva il cancro l’avrei approcciato in maniera completamente differente come vedo fare da molte persone: con lo spavento, la rabbia, la rassegnazione e la paura. Io non ho mai avuto paura neanche il giorno dopo della diagnosi. La forza del mio sport, che è di resistenza, ti aiuta ad affrontare i problemi. Da sempre sono un maratoneta.

Alla fine di tutto questo, se dovessi scrivere un messaggio importante ai ragazzi giovani cosa vorresti dire?

Il messaggio è quello di vivere con le emozioni e per le emozioni, dire più spesso grazie e ti voglio bene, credere in loro stessi alzando la loro stima perché vedo che sono una generazione di “pappe molli”.

Perché dici questo?

Sono due anni che giro per gli Istituti scolastici e solo una piccola percentuale di ragazzi è capace di pensare, di essere se stessa. Adesso c’è paura ad essere se stessi, si indossa sempre una maschera. Viviamo in una società arida e flaccida che non riesce ad essere grata, a manifestare le proprie emozioni e ad accontentarsi di ciò che ha per paura di non essere accettati dagli altri. C’è il senso di emulazione che divora il benessere delle persone. C’è paura di spogliarsi di quello che si è.

PAOLA POMPEI

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