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Che significa cattolici in politica?

Se mi venisse chiesto di scrivere sull’impegno dei cattolici in politica, direi che l’argomento sarebbe tanto importante da avere una rilevanza pari a zero. Questa, ovviamente, sarebbe soltanto un’opinione del tutto personale e per nulla irriverente nei confronti di posizioni diverse, e molto autorevoli, espresse di recente. La rilevanza, secondo me, è pari allo zero perché proprio da lì, da zero, bisognerebbe ripartire. Io interpreto la questione da un punto di vista molto più ristretto e contratto rispetto alla proposta, densa di dinamismo e dignità, di un nuovo partito dei cattolici. In alcune agenzie di stampa ne rivelano persino il nome, anch’esso ricco di suggestioni contrastanti ed antitetiche: Democrazia Cristiana 2.0. Come il lettore noterà, a me manca tutto quanto va dal punto verso sinistra; mi resta lo zero. Se mi venisse chiesto di scrivere, direi in modo netto che personalmente, molto prima dei cattolici in politica, io vorrei una generazione politica preparata, una generazione politica che abbia avuto l’onestà ed il piacere di leggere, studiare e dialogare. Non capisco infatti bene cosa si intenda con l’espressione cattolico in politica: perché qualora lo si intendesse nella sua accezione etimologica – per la quale cattolico equivale ad universale -, allora tutti i politici dovrebbero essere cattolici. Solo che dovrebbero esserlo nel significato etimologico e non letterale, con il quale invece il termine è stato sinistramente mischiato (per usare un’espressione di Natalia Ginzburg) tutte le volte che politica e religione hanno voluto infittire i loro rapporti. Ecco chi vorrei: politici universali in un’accezione galileiana, che è molto meno intangibile di quanto l’aggettivo esprima. Saggi espositori, direbbe Galileo, che «produchino i veri sensi». Questo è quello che manca: non mancano le categorie. Le categorie non sono difficili da organizzare e, nella consuetudine politica di prima-seconda-terza repubblica, si chiamano partiti o movimenti: sono gli uomini veramente preparati a mancare, quelli che sappiano guardare un po’ più lontano, perché hanno avuto il coraggio, direbbe Newton, di salire sulle spalle dei giganti, cioè hanno studiato, hanno avuto il coraggio, preciserebbe Kant, di servirsi della propria intelligenza. Se mi venisse chiesto di scrivere sui cattolici in politica, chiederei: perché la politica dovrebbe tornare ad essere cattolica o non cattolica? Tacito, lo storico più severo dell’età imperiale, era un repubblicano nell’animo e nelle aspirazioni, ma dovette mettere in pace l’uno e frenare le altre, per poter ripartire da zero. Se un tessuto è degradato, non si può uscire e mettersi a scrivere sullo Stato perfetto, come dovrebbe essere: tocca lavorare su quello che è, e quello che è è zero, cioè un’occasione. Io ho un grande rispetto per il tentativo di dare vita ad un soggetto cattolico unitario, in grado di nascere «dal basso» e forte abbastanza da fare argine a populismi e intraprendenze verdi, gialle o gialloverdi. Ma resto dell’idea che bisognerebbe lavorare sulla cultura politica, creare una scuola (la chiamo così solo perché non saprei come altro chiamarla) in cui i giovani, soprattutto i giovani, tornino a leggere e dialogare. Tutto il resto è successivo. Riguardo ai cattolici, doppiamente rilevante in quanto interpreti di una proposta che è chiara, inequivocabile e responsabilizzante: se declinata diversamente «vi apparirebbero – prendo in prestito l’espressione di Galileo – non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie». Per rendere chiaro il mio pensiero riguardo alla situazione politica generale, e quindi non solo italiana, non mi viene altro che affidarmi alle parole di Benedetto Croce, riferite a un’ora severa della nostra storia: «Vi sarebbe luogo a disperare, se la disperazione fosse un partito politico: come non è». Per questo ho parlato di zero, ma anche di occasione. Mi sarebbero sufficienti uomini politici che conoscano semplicemente i diritti naturali che costituiscono la natura dell’uomo, ma che li conoscano davvero, cioè li vivano in maniera categorica, da non prendere sonno se il diritto alla vita, all’uguaglianza davanti alla legge, alla libertà di un singolo uomo siano a repentaglio: nella casa di fronte, nella città vicina, in mezzo al mare, davanti a un muro, ai bordi di un filo spinato. Se mi venisse chiesto di scrivere, io con un po’ di coraggio direi queste cose, perché spinozianamente – disperatamente, ma con agonismo, spes contra spem – ho ancora fiducia in un’etica degli incontri. (Ma il Direttore se ne guarderà bene dal farmi scrivere. E con piena ragione).

GUGLIELMO TINI

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