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Non è un castigo

In fondo negli ultimi sette-ottomila anni l’essere umano non è cambiato così tanto come si potrebbe pensare. Ora come nell’età della pietra davanti a un fenomeno imponente, imprevedibile e devastante come un terremoto, l’esplosione di un vulcano, una improvvisa epidemia, è portato a compiere due passaggi logici quasi scontati. Prima pensa che una tale manifestazione di potenza inspiegabile non possa che provenire dal soprannaturale e subito dopo si domanda che cosa del suo comportamento non sia piaciuto a Dio e come compiacerlo affinché il cataclisma non si ripeta. Che ho fatto di male? Che ho fatto per meritare questo? Sono questi gli interrogativi che affiorano dalle macerie delle catastrofi individuali e collettive. Non è quindi strano che compaiano, ora come nelle età più remote della preistoria, individui pronti a fornire una spiegazione plausibile e teologicamente fondata, in genere per niente disinteressata. Così due moderni sacerdoti dell’informazione, dopo il sisma che ha devastato la terra natale di San Benedetto patrono d’Europa, si affrettano uno a prendersela con le unioni civili, l’altro col dialogo ecumenico e la visita di papa Francesco in Scandinavia per i cinquecento anni della riforma luterana. Al di là delle posizioni che fanno quasi sorridere (e non dovrebbero primo perché hanno molto seguito e poi perché interpretano una naturale esigenza di trovare risposte semplici all’inquietante interrogativo che riguarda la presenza del male nel mondo), i grandi fenomeni naturali hanno l’effetto di decentrarci da noi stessi, di sradicarci dalok-2016-11-05-il-dio-dei-terremoti-copiale nostre fragili certezze per restituirci una dimensione dell’esistenza forse meno rassicurante, ma molto più reale. I terremoti ci ricordano che tutto quello che costruiamo sulla terra è destinato a scomparire, prima o poi, e che siamo piccoli ammassi di atomi sperduti sulla capocchia di spillo di un pianeta che gira attorno a una delle centinaia di miliardi di stelle dell’Universo. L’umiliazione della crosta terrestre che scivola sotto i nostri piedi distruggendo le nostre belle basiliche e seppellendo le ricche tavole dipinte alle quali eravamo tanto devoti, ci impone di confrontarci col mistero della nostra fragilità e insieme della nostra dignità. Per soli due giorni il terremoto del 30 ottobre scorso non è avvenuto, come accadde nel 1755, durante la festa di Tutti i Santi. Allora la distruzione in tutta Europa fu tale da condizionare il dibattito filosofico contribuendo non poco allo sviluppo del pensiero illuminista. Nel tentativo di liberarsi di un Dio cattivo (ed anche beffardo) che umiliava i suoi fedeli seppellendoli dentro alla chiese mentre lo celebravano, l’uomo eresse a Dio la propria ragione, che però si dimostrò in breve ben più crudele e sanguinaria. No, Dio non manda i terremoti. Non sceglie i posti col dito sul mappamondo ballando come il Grande dittatore di Chaplin. E dopo aver studiato la storia del nostro pianeta, averne scandagliato le profondità, aver scoperto come dal suo progressivo raffreddamento si siano create le condizioni per la vita, come i terremoti abbiano formato i rilievi, e i movimenti delle placche i continenti che hanno dato spazio agli oceani, dovremmo semplicemente riconoscere che c’è più sapienza in una singola onda sismica di quanta saremo mai capaci di comprendere.

VILLELMO BARTOLINI

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